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«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
Istanbul e New York
Mi segnala Cristina uno straordinario articolo scritto da Siegmund Ginzberg per l'Unità del 19 novembre. Prendendo spunto dalla recensione del libro "E venne la notte" di Victor Magiar, Ginzberg (secondo me il più lucido commentatore di politica estera in Italia), attraverso dei flash della sua gioventù racconta la natia Istanbul come luogo di pacifica convivenza tra culture, religioni e tradizioni profondamente diverse tra loro. E per questo - un po' come New York - diventata oggi obiettivo privilegiato del terrorismo fondamentalista. L'articolo non è passato sul sito ed è vecchio, quindi mi sono sentito autorizzato a prelevarlo dal PDF dell'edizione online e a custodirlo qui, anche perché magari a Sami è sfuggito :-)

La luce dopo il pogrom

di Siegmund Ginzberg
da l'Unità del 19/11/2003

Chi non ha avuto paura da bambino? Quando il mondo ridiventa un'incognita, riaffiorano le angosce primordiali. Ma i ricordi d'infanzia contengono anche l'antidoto. Possono essere un modo per capire meglio il presente, prima ancora che di raccontare il passato. È quel che fa Victor Magiar in E venne la notte. La notte è per definizione buia. Ma poi è sempre seguita dal giorno. Nella cultura ebraica il nuovo giorno inizia sempre al calare della notte, il sabato col calare della sera il venerdì. Può anche succedere che il peggio venga dopo l'alba, come l'altro giorno a Istànbul. "Ma dopo il buio c'è sempre la luce, despuès la oskuridàd ày sièmpre la luz, esta es la ley, questa è la Legge, la Toràh degli ebrei". Ebrei in un paese arabo, suona il sottotitolo. È la Libia. Ma potrebbe essere qualsiasi dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L'aria, il profumo di salsedine marina, i sapori impressi nel cervello, forse anche i cattivi odori, possono essere gli stessi che impregnano il Bosforo o Lampedusa. Il racconto comincia in una scuola. Bambini ebrei, arabi, Ivy la greca di cui è segretamente innamorato il protagonista sefardita, Jenny l'americana, Sanchez lo spagnolo, Nàdan il serbo, Sayìda (Fortunata, in arabo), figlia di un notabile islamico, la sua compagna di banco Mazhàla (Fortunata in ebraico), figlia di ebrei della Hara, la città vecchia. "Una classe, un mondo". Nove modi diversi di dire cocomero: karpùs, karpuzi, batìh, dellàh, watermelon, pastèque, sandìa, lubènica, anguria, diversità che "fanno bene al cervello". L'insegnante di arabo, Warda, che insegna che Annibale difendeva la libertà del suo popolo, la maestra italiana, Giulia, che invece gli parla di come Roma gli avesse portato la civiltà, le suore cattoliche che mediano. Poi la rottura, a ciel sereno: le voci che irrompono dalla strada incitando a "buttare a mare gli ebrei", l'ebrea Mazhàla che piange, l'araba Sayìda che si mette anche lei a singhiozzare perché voleva consolare l'amica, accarezzarle i capelli, ma quella le ha risposto: "Non toccarmi". Ne so qualcosa anch'io. In comune con Victor, l'autore di questo splendido libro pubblicato da Giuntina (276 pagine, 12 euro) abbiamo che "negli ultimi cinquecento anni nessuno, nella famiglia di mio padre, è morto nella città dove è nato". Conosco "le continue separazioni, nostro male oscuro, fardello genetico passato con la ninna nanna". Mi hanno angosciato sin da piccolo i traslochi, anche quando non erano forzati. Ho imparato, sin dalla culla, che le cose sono molto più complicate di quanto talvolta le si vuole far apparire, non hanno mai una sola faccia. Forse per questo sono portato a tormentare anche i miei lettori, a costo di irritarli, complicandogliele ancor di più anziché semplificargliele. A scuola, le crociate prima me le hanno spiegate a un modo, poi nel modo opposto. Ho imparato a non prendere mai per buona la prima storia che ti raccontano. In prima elementare ogni mattina cantavamo inni patriottici di fronte al busto di Atatürk. Non sapevo le parole, ma muovevo la bocca: forse per questo non ho mai imparato a cantare. In terza si pregava tutti, in latino, di fronte al crocifisso. Presi l'abitudine di segnarmi. Mio padre, che era ateo e non frequentava la sinagoga, mi disse: se hai interesse alla religione forse è meglio che cominci dalla tua. Ho iniziato presto a trovarmi in difficoltà nell'esplorazione delle identità. Quando i compagni di scuola a Istanbul mi chiedevano: ma tu cosa sei?, rispondevo: italiano. Quando ci trasferimmo in Italia, rispondevo: turco. C'è voluto tempo perché rispondessi: ebreo. Pensavo e parlavo turco, molto prima di parlare e pensare in italiano. Strano: della lingua madre mi sono rimaste chiarissime solo le parolacce e i nomi per il cibo. In casa di parlava soprattutto ladino, il castellano viejo (con la j dolcissima, non aspirata) dei sefarditi espulsi dalla Spagna a fine '400. Mia nonna materna, discendente di quelli rifugiatisi presso il sultano di Costantinopoli, parlava solo judio espanol, nessun'altra lingua, nemmeno il turco o l'ebraico. Scriveva solo in lettere ebraiche, non conosceva l'alfabeto latino, né quello arabo persiano. Mio padre, nato alle foci del Danubio, parlava yiddish, faceva i conti in tedesco. Il compromesso lo trovarono prima col francese, poi con l'italiano. Quando i miei discutevano di cose di cui preferivano non mi impicciassi, passavano all'armeno o al greco. Qualche volta, quando i figli erano ancora piccoli, mi è capitato di scambiare qualche battuta con mia moglie in cinese (il suo bergamasco per me resta molto più difficile). Non abbiamo mai avuto tradizione re ligiosa in famiglia. Non mi sarebbe mai capitato di chiedere ai miei se fossimo "buoni ebrei". Ma non mi avrebbe sorpreso una riposta come quella che danno al piccolo Victor: "Komo no! Djudiòs sin fanatismo (come no, ebrei senza fanatismo)". "Ecco il tabù di famiglia, il fanatismo, morbo che per secoli ha falcidiato l'Europa ed è approdato, invincibile in Medio oriente. Può colpire chiunque, individui, gruppi di persone o popoli interi; non seleziona per età, religione, censo, sesso, nazionalità, lingua: è la più universale fra le malattie contagiose, la più assassina tra quelle devastanti". Avessi dimestichezza di colloquio col Signore, lo ringrazierei ogni giorno per avermi su questo vaccinato. Tremendo tra i malintenziona ti, il fanatismo è non meno orrendo e spaventoso quando si manifesta tra la tua gente, quelli dalla tua parte, tra i sicuri di essere dalla parte del giusto e gli assolutamente bene intenzionati. Ai fanatici preferisco mille volte i cinici. La tolleranza non è facile né automatica. Non basta predicarla da soli, bisogna che ci stia anche l'altro o gli altri. "Per convivere ci vuole tolleranza, pazienza ma anche un briciolo di furbizia". Ma a volte non basta tutta la furbizia del mondo. Raccontare attraverso gli occhi di un bambino presenta grandi vantaggi. Rimanda ad una condizione che ha accomunato tutti i nostri simili del genere umano, amici e nemici, buoni e cattivi. Fa leva sulla forza delle favole. Consente, facendo leva sull'ingenuità infantile, di far prevalere il senso dello humour (il sale di tutta la grande letteratura) anche nel trattare le circostanze più tragiche (Roberto Benigni ci ha provato con l'Olocausto). Ma non per questo fa sconti, perché, come è noto, i bambini possono essere cattivissimi, anche molto più crudeli degli adulti. Ha la freschezza dell'innocenza, la semplicità dei ricordi indelebili, e, insieme libera dall'ossessione di dover per forza dire tutto, quadrare il cerchio, arrivare a conclusioni categoriche. Ad un adulto tornato nei panni del bambini è più facile che ad un adulto ammettere che "tutto ciò che vedi o che senti non è mai la verità intera, ammesso che esista; rappresenta piuttosto porzioni di più verità o, meglio, sfumature della stessa verità". Esalta il ruolo dell'interpretazione, della riflessione, rispetto a qualsiasi "verità rivelata". "Un bravo rabbino non può rinunciare alla sua naturale inclinazione alla esegesi": così si giustifica il fatto che il vecchio rabbino di Tripoli Salomòn Toledano "inizi a raccontare storie caotiche e ancora più fantasiose di quelle sentite qualche ora dal giovane..., confondendo avventure, date, eserciti: era suo diritto". Diritto, rivendicato, di parabola e di interpretazione. La narrazione, grazie a questo artificio, procede con crescente efficacia, tale da tenere il lettore col fiato sospeso capitolo dopo capitolo (provare per crederci). Ne emergono personaggi straordinari. Si conclude con sangue versato, una fuga e un esilio. Ma colpisce l'assenza anche di una punta di odio, forse persino di rancore e disprezzo, per i responsabili. Eppure non è il "Dio mio perdonali perché non sanno che cosa fanno". Tanto meno la rassegnazione (gli eroi e le eroine di questo libro sono dei combattenti). Avevo appena finito di leggere questo libro (con la chiusa, da Sarajevo, su una delle tante guerre assurde, "ammesso che ne esistano di sensate", dove "uccidersi tra fratelli, inventando differenze che non esistono è pura follia"), che le immagini di quelle strade di Istànbul lorde di detriti, sangue e brandelli di carne umana, mi hanno fatto un effetto di déja vu. Quelle stesse strade le avevo già viste così quando avevo 7 anni. Il giorno dopo una sommossa. Quasi mezzo secolo fa. No, non ce l'avevano con gli ebrei. Per una strage di ebrei in Turchia si sarebbe dovuto aspettare al Qaida e la guerra all'Irak. Ce l'avevano con gli "stranieri", tutti gli "stranieri", greci, armeni, arap (che nella Turchia di allora era come dire "neri"). Il nostro era un cognome "straniero". In quegli anni gli estremisti islamici venivano incoraggiati per tenere a bada laici, progressisti e "comunisti". Mio padre aveva perso tutto. Riuscì a farsi prestare l'occorrente per un passaggio in nave, con la famiglia, fino a un porto italiano. Non c'era ancora la BossiFini.
21.11.03 00:16 - sezione politiche
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