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«A politician, you know the ethics those guys have. It's like a notch underneath child molester» (Woody Allen)
Cosa accade al centro sinistra
"Cosa capita invece nel centrosinistra? Qui, mentre il capo della Lega cerca di portare a compimento il suo progetto secessionista, che meriterebbe qualcosa di più incisivo di una mobilitazione dei girotondi, il centrosinistra appare immerso nelle beghe prodotte dalla lista unitaria. La quale, ideata oltre sei mesi fa per offrire ai propri elettori un'immagine di compattezza della coalizione, ha raggiunto picchi di disunità mai sfiorati in passato. Un congegno di autolesionismo così perfetto da apparire inventato dagli avversari". E' la frase più significativa delll'articolo di Agazio Loiero su l'Unità di ieri.

da l'Unità dei 18 gennaio 2004

UN PAESE FRANTUMATO
di Agazio Loiero

La politica italiana presenta spesso aspetti contraddittori, a volte tragici e a volte comici. In certi particolari casi, contraddittori, tragici e comici insieme. A tale densa categoria appartiene il tempo politico che oggi l’Italia vive. Parliamoci chiaro. Il rischio che il paese si balcanizzi è altissimo. Bossi sta spingendo in questi giorni per una riforma costituzionale che, oltre alla devolution, di fatto contenga anche il Parlamento della Padania. Intende inserire nell'ordinamento della Repubblica assemblee esterne in grado sostanzialmente di contestare al Parlamento nazionale l'attuale criterio di distribuzione delle risorse nel paese. Esattamente, se ci è permessa un'amarissima soddisfazione, ciò che questo giornale ripete da tempo immemorabile. L'antico rovello di Bossi, volto a etichettare il sud come territorio di parassiti dediti a mungere, attraverso il trucco della perequazione, ordito da Roma ladrona, le risorse prodotte dal Nord, riprende forza con gli emendamenti presentati docilmente dal senatore d'Onofrio l'altro ieri in Senato. Il capo della Lega neanche viene sfiorato dall'idea che gli italiani siano allibiti di fronte a ciò che sta avvenendo in queste settimane a Parma, città adagiata nel cuore della Padania felix. Sa bene che gli italiani dimenticano in fretta. C'è qualcuno che ricorda più quello che è capitato, solo qualche anno fa, nell'ex-Jugoslavia? Nessuno. La memoria degli italiani in genere dispone di compiacenti strategie d'archiviazione, che respingono ogni fastidioso accidente che ostacola il quieto vivere, gli agi conquistati. Ma è appunto tale indifferenza a rivelare il punto in cui tragico e comico si fondono, facendo esplodere contraddizioni stridenti. Vediamone qualcuna. Nel centrodestra, un personaggio colto, di non comune onestà come Domenico Fisichella, si è, nei giorni scorsi, appellato allo schieramento politico avversario nel tentativo di fermare Bossi e il suo disegno di rottura dell'ordinamento unitario del nostro paese. Un gesto disperato, ove si consideri che, a frantumare l'Italia è la sua parte politica, più precisamente il governo di cui il suo partito è componente, almeno sul piano formale, non secondaria. Fini, leader di Alleanza nazionale, ricopre, come è noto, nell'attuale esecutivo, la carica di vicepremier. Oh, intendiamoci. Non penso affatto che Fini e i suoi vogliano frantumare il paese. Temo però che, per come si sono assestati gli equilibri politici nella Casa delle libertà, non dispongano affatto degli strumenti per opporsi alle follie di Bossi e di Tremonti. Cosa capita invece nel centrosinistra? Qui, mentre il capo della Lega cerca di portare a compimento il suo progetto secessionista, che meriterebbe qualcosa di più incisivo di una mobilitazione dei girotondi, il centrosinistra appare immerso nelle beghe prodotte dalla lista unitaria. La quale, ideata oltre sei mesi fa per offrire ai propri elettori un'immagine di compattezza della coalizione, ha raggiunto picchi di disunità mai sfiorati in passato. Un congegno di autolesionismo così perfetto da apparire inventato dagli avversari. Vediamo cosa capita adesso sul versante dei poteri istituzionali neutri. Scriviamo queste cose con il consueto rispetto, ma con rabbia crescente. Questa Presidenza della Repubblica è stata contrassegnata dal ritorno alla patria, ai suoi simboli, ai suoi vessilli. Sicuramente, la scelta più felice compiuta da Ciampi in questi anni. Un lavoro di scavo nelle coscienze, lento e difficile, perché l'amore per il proprio suolo, essendo il prodotto di una storia, non s'inventa dalla sera alla mattina e anche perché, usato in forma esasperata, quell'amore può generare conseguenze disastrose. Impegno davvero faticoso quello del Presidente della Repubblica perché la patria, segnata dall'uso che ne fece il fascismo, non ha avuto fortuna nella stagione repubblicana, per molti altri versi feconda. Un riflesso condizionato di massa ne ha allentato per lungo tempo i vincoli identitari. Una generazione di italiani l'aveva sentita pronunciare solo da Almirante nei comizi a piazza del Popolo. A Ciampi va dunque il merito di essersi battuto per far tornare sulla bocca degli italiani, depurata dalle scorie del passato, una patria per troppo tempo sconosciuta. Quella che molti anni prima di lui, quasi per sortilegio, aveva scoperto Natalia Ginzburg: «La patria erano quelle strade e quelle piazze, i nostri cari e la nostra infanzia, e tutta la gente che passava». L'ha ricordato poco tempo fa Maurizio Viroli. Un codice di convivenza, dunque, in cui ci si dovrebbe riconoscere uniti, nelle gioie e negli affanni, in un destino comune. Come ce l'hanno gli inglesi, che non a caso abbiamo invidiato a lungo. Dato dunque atto a Ciampi di questa rielaborazione della nostra storia, dobbiamo registrare con sdegno che il sentimento unitario più alto mai registrato dalla nostra Repubblica coincide, paradossalmente, con l'attentato istituzionale più serio condotto all'unità del paese. A promuoverlo con determinazione è un ministro della Repubblica che ha giurato nelle mani di Ciampi fedeltà alla Costituzione. Confessiamo di non sapere come si possa uscire da tale contraddizione. Sappiamo però che tra le prerogative del capo dello Stato, la più alta resta la difesa dell'unità nazionale. Questo, per il momento, ci basta. UN PAESE FRANTUMATO Agazio Loiero La politica italiana presenta spesso aspetti contraddittori, a volte tragici e a volte comici. In certi particolari casi, contraddittori, tragici e comici insieme. A tale densa categoria appartiene il tempo politico che oggi l’Italia vive. Parliamoci chiaro. Il rischio che il paese si balcanizzi è altissimo. Bossi sta spingendo in questi giorni per una riforma costituzionale che, oltre alla devolution, di fatto contenga anche il Parlamento della Padania. Intende inserire nell'ordinamento della Repubblica assemblee esterne in grado sostanzialmente di contestare al Parlamento nazionale l'attuale criterio di distribuzione delle risorse nel paese. Esattamente, se ci è permessa un'amarissima soddisfazione, ciò che questo giornale ripete da tempo immemorabile. L'antico rovello di Bossi, volto a etichettare il sud come territorio di parassiti dediti a mungere, attraverso il trucco della perequazione, ordito da Roma ladrona, le risorse prodotte dal Nord, riprende forza con gli emendamenti presentati docilmente dal senatore d'Onofrio l'altro ieri in Senato. Il capo della Lega neanche viene sfiorato dall'idea che gli italiani siano allibiti di fronte a ciò che sta avvenendo in queste settimane a Parma, città adagiata nel cuore della Padania felix. Sa bene che gli italiani dimenticano in fretta. C'è qualcuno che ricorda più quello che è capitato, solo qualche anno fa, nell'ex-Jugoslavia? Nessuno. La memoria degli italiani in genere dispone di compiacenti strategie d'archiviazione, che respingono ogni fastidioso accidente che ostacola il quieto vivere, gli agi conquistati. Ma è appunto tale indifferenza a rivelare il punto in cui tragico e comico si fondono, facendo esplodere contraddizioni stridenti. Vediamone qualcuna. Nel centrodestra, un personaggio colto, di non comune onestà come Domenico Fisichella, si è, nei giorni scorsi, appellato allo schieramento politico avversario nel tentativo di fermare Bossi e il suo disegno di rottura dell'ordinamento unitario del nostro paese. Un gesto disperato, ove si consideri che, a frantumare l'Italia è la sua parte politica, più precisamente il governo di cui il suo partito è componente, almeno sul piano formale, non secondaria. Fini, leader di Alleanza nazionale, ricopre, come è noto, nell'attuale esecutivo, la carica di vicepremier. Oh, intendiamoci. Non penso affatto che Fini e i suoi vogliano frantumare il paese. Temo però che, per come si sono assestati gli equilibri politici nella Casa delle libertà, non dispongano affatto degli strumenti per opporsi alle follie di Bossi e di Tremonti. Cosa capita invece nel centrosinistra? Qui, mentre il capo della Lega cerca di portare a compimento il suo progetto secessionista, che meriterebbe qualcosa di più incisivo di una mobilitazione dei girotondi, il centrosinistra appare immerso nelle beghe prodotte dalla lista unitaria. La quale, ideata oltre sei mesi fa per offrire ai propri elettori un'immagine di compattezza della coalizione, ha raggiunto picchi di disunità mai sfiorati in passato. Un congegno di autolesionismo così perfetto da apparire inventato dagli avversari. Vediamo cosa capita adesso sul versante dei poteri istituzionali neutri. Scriviamo queste cose con il consueto rispetto, ma con rabbia crescente. Questa Presidenza della Repubblica è stata contrassegnata dal ritorno alla patria, ai suoi simboli, ai suoi vessilli. Sicuramente, la scelta più felice compiuta da Ciampi in questi anni. Un lavoro di scavo nelle coscienze, lento e difficile, perché l'amore per il proprio suolo, essendo il prodotto di una storia, non s'inventa dalla sera alla mattina e anche perché, usato in forma esasperata, quell'amore può generare conseguenze disastrose. Impegno davvero faticoso quello del Presidente della Repubblica perché la patria, segnata dall'uso che ne fece il fascismo, non ha avuto fortuna nella stagione repubblicana, per molti altri versi feconda. Un riflesso condizionato di massa ne ha allentato per lungo tempo i vincoli identitari. Una generazione di italiani l'aveva sentita pronunciare solo da Almirante nei comizi a piazza del Popolo. A Ciampi va dunque il merito di essersi battuto per far tornare sulla bocca degli italiani, depurata dalle scorie del passato, una patria per troppo tempo sconosciuta. Quella che molti anni prima di lui, quasi per sortilegio, aveva scoperto Natalia Ginzburg: «La patria erano quelle strade e quelle piazze, i nostri cari e la nostra infanzia, e tutta la gente che passava». L'ha ricordato poco tempo fa Maurizio Viroli. Un codice di convivenza, dunque, in cui ci si dovrebbe riconoscere uniti, nelle gioie e negli affanni, in un destino comune. Come ce l'hanno gli inglesi, che non a caso abbiamo invidiato a lungo. Dato dunque atto a Ciampi di questa rielaborazione della nostra storia, dobbiamo registrare con sdegno che il sentimento unitario più alto mai registrato dalla nostra Repubblica coincide, paradossalmente, con l'attentato istituzionale più serio condotto all'unità del paese. A promuoverlo con determinazione è un ministro della Repubblica che ha giurato nelle mani di Ciampi fedeltà alla Costituzione. Confessiamo di non sapere come si possa uscire da tale contraddizione. Sappiamo però che tra le prerogative del capo dello Stato, la più alta resta la difesa dell'unità nazionale. Questo, per il momento, ci basta. La politica italiana presenta spesso aspetti contraddittori, a volte tragici e a volte comici. In certi particolari casi, contraddittori, tragici e comici insieme. A tale densa categoria appartiene il tempo politico che oggi l’Italia vive. Parliamoci chiaro. Il rischio che il paese si balcanizzi è altissimo. Bossi sta spingendo in questi giorni per una riforma costituzionale che, oltre alla devolution, di fatto contenga anche il Parlamento della Padania. Intende inserire nell'ordinamento della Repubblica assemblee esterne in grado sostanzialmente di contestare al Parlamento nazionale l'attuale criterio di distribuzione delle risorse nel paese. Esattamente, se ci è permessa un'amarissima soddisfazione, ciò che questo giornale ripete da tempo immemorabile. L'antico rovello di Bossi, volto a etichettare il sud come territorio di parassiti dediti a mungere, attraverso il trucco della perequazione, ordito da Roma ladrona, le risorse prodotte dal Nord, riprende forza con gli emendamenti presentati docilmente dal senatore d'Onofrio l'altro ieri in Senato. Il capo della Lega neanche viene sfiorato dall'idea che gli italiani siano allibiti di fronte a ciò che sta avvenendo in queste settimane a Parma, città adagiata nel cuore della Padania felix. Sa bene che gli italiani dimenticano in fretta. C'è qualcuno che ricorda più quello che è capitato, solo qualche anno fa, nell'ex-Jugoslavia? Nessuno. La memoria degli italiani in genere dispone di compiacenti strategie d'archiviazione, che respingono ogni fastidioso accidente che ostacola il quieto vivere, gli agi conquistati. Ma è appunto tale indifferenza a rivelare il punto in cui tragico e comico si fondono, facendo esplodere contraddizioni stridenti. Vediamone qualcuna. Nel centrodestra, un personaggio colto, di non comune onestà come Domenico Fisichella, si è, nei giorni scorsi, appellato allo schieramento politico avversario nel tentativo di fermare Bossi e il suo disegno di rottura dell'ordinamento unitario del nostro paese. Un gesto disperato, ove si consideri che, a frantumare l'Italia è la sua parte politica, più precisamente il governo di cui il suo partito è componente, almeno sul piano formale, non secondaria. Fini, leader di Alleanza nazionale, ricopre, come è noto, nell'attuale esecutivo, la carica di vicepremier. Oh, intendiamoci. Non penso affatto che Fini e i suoi vogliano frantumare il paese. Temo però che, per come si sono assestati gli equilibri politici nella Casa delle libertà, non dispongano affatto degli strumenti per opporsi alle follie di Bossi e di Tremonti. Cosa capita invece nel centrosinistra? Qui, mentre il capo della Lega cerca di portare a compimento il suo progetto secessionista, che meriterebbe qualcosa di più incisivo di una mobilitazione dei girotondi, il centrosinistra appare immerso nelle beghe prodotte dalla lista unitaria. La quale, ideata oltre sei mesi fa per offrire ai propri elettori un'immagine di compattezza della coalizione, ha raggiunto picchi di disunità mai sfiorati in passato. Un congegno di autolesionismo così perfetto da apparire inventato dagli avversari. Vediamo cosa capita adesso sul versante dei poteri istituzionali neutri. Scriviamo queste cose con il consueto rispetto, ma con rabbia crescente. Questa Presidenza della Repubblica è stata contrassegnata dal ritorno alla patria, ai suoi simboli, ai suoi vessilli. Sicuramente, la scelta più felice compiuta da Ciampi in questi anni. Un lavoro di scavo nelle coscienze, lento e difficile, perché l'amore per il proprio suolo, essendo il prodotto di una storia, non s'inventa dalla sera alla mattina e anche perché, usato in forma esasperata, quell'amore può generare conseguenze disastrose. Impegno davvero faticoso quello del Presidente della Repubblica perché la patria, segnata dall'uso che ne fece il fascismo, non ha avuto fortuna nella stagione repubblicana, per molti altri versi feconda. Un riflesso condizionato di massa ne ha allentato per lungo tempo i vincoli identitari. Una generazione di italiani l'aveva sentita pronunciare solo da Almirante nei comizi a piazza del Popolo. A Ciampi va dunque il merito di essersi battuto per far tornare sulla bocca degli italiani, depurata dalle scorie del passato, una patria per troppo tempo sconosciuta. 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18.01.04 22:04 - sezione politiche
il 23 Febbraio 2006 (quando OMB accettava i commenti)
avril lavigne ha scritto:

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avril lavigne ha scritto:

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il 23 Febbraio 2006 (quando OMB accettava i commenti)
carly patterson ha scritto:

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