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«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
Da che pulpito
read_paper.jpg "I giornali devono essere autonomi, ma devono accettare le critiche. Io ho reagito, spesso a brutto muso (ma è meglio la brutalità della doppiezza), a quelle che ho considerato accuse ingiuste anche verso di me, ma non vivo di rancori, per fortuna. Fate il giornale che credete di dover fare, ma apritelo anche a chi non la pensa come voi. È l'unico suggerimento che mi sento di darvi". Questa è una frase significativa della lettera di Giuseppe Caldarola pubblicata da l'Unità il 27 marzo a seguire le polemiche sulle contestazioni a Fassino a Roma. Caldarola - va ricordato - è il direttore che accompagnò l'Unità ala triste chiusura, tre anni e otto mesi fa circa. Trovo questa lettera agghiacciante per tre ragioni.

Caro Padellaro,
siamo destinati alla lite continua nella sinistra, nel centro-sinistra, fra questo giornale e una parte importante del suo mondo di riferimento? No, non credo proprio. Questi anni successivi alla sconfitta elettorale sono stati molto duri. Lo scontro di strategie, utile e salutare, è spesso, troppo spesso, diventato anatema politico. Portiamo tutti sul volto i segni dei colpi che abbiamo subito e nelle mani di quelli che abbiamo dato. Sarebbe ora di finirla.
L'unità non è un valore romantico, è una risorsa politica. Ma l'unità non la si raggiunge con appelli al disarmo, né con regole rigide. L'unità è un processo complesso che deve partire da un dato originale. Siamo in un mondo nuovo, ci scontriamo con schemi vecchi. E spesso prevale l'assillo identitario che ci spinge a cercare i simili e ad allontanarci dai meno simili. Ma tutti sappiamo che non solo non era vero il tragico motto staliniano, “il partito si rafforza epurandosi”, ma non è vero che i processi di separazione sono risolutivi perchè, come la storia dimostra, incoraggiano altre separazioni. In una forza riformista senza la sinistra, rinascerebbe una sinistra. In un partito più di sinistra, rinascerebbe una destra.
Lo sforzo davvero eccitante intellettualmente sarebbe trovare il modo di convivere. Occorrono alcune premesse, che precedono le regole e ne indicano i principi. La prima è che le differenze non solo sono risorse, ma sono tutte da inscrivere nel campo della politica. Nessuna scelta deve essere più giudicata eticamente. La seconda è che il partito che c'è, e quello che ci sarà, almeno quello che sogno io, è un partito plurale, ricco di articolazioni, autonomo anche dai movimenti, insediato nel paese. In questo partito possono coesistere progetti diversi, correnti culturali divergenti, interessi non collimanti. Lo sforzo comune, questo è il riformismo, è dare risposte di governo alla necessità del cambiamento. Il cambiamento nelle società di massa dell' epoca della globalizzazione e del terrorismo altrettanto globale significa collegare sviluppo e giustizia, sicurezza e diritti civili, ansia di pace e tutela dalle minacce armate. Un partito politico moderno sa di non essere autosufficiente, sa che le culture di riferimento dei vari associati sono esauste, così come le strutture organizzative.
Questo partito sa che movimenti di opinione pubblica percorreranno, per fortuna, ogni momento della vita sociale e deve accettare la massima libertà di questi movimenti e anche la partecipazione dei propri iscritti ai movimenti.
La missione storica di un partito è un'altra. È trovare la sintesi politica, definire il progetto, indicare l'itinerario. Il riformista questo fa. Non esclude, include. Il riformista sa che le sfide del tempo moderno richiedono risposte impegnative, veri e propri mutamenti negli stili di vita in Occidente. Sa che il tema è la parlamentarizzazione di queste domande e la risposta di governo. Non sto pensando a un partito parlamentare e basta. Sto pensando a un soggetto politico non immobile, capace di vedere la globalità dei problemi e di confrontarsi con la parzialità dei movimenti, anche di quelli che propongono questioni generali e cruciali. Non è l'autonomia della politica e tanto meno del politico. È la responsabilità del politico e della politica. La procedura è la diplomazia aperta e la ricerca del dialogo e la trattativa. L'esito è la comune piattaforma, oppure il gesto unitario. Su un tema si può non essere d'accordo, ma si può cercare, nel dissenso, il gesto unitario. Il nemico non è solo il berlusconismo, ma l'accumulo di violenza che c'è nel mondo e, ormai, anche nella nostra società. I duri e i puri ci portano alla rovina. Se non riusciamo a trovare le ragioni di un accordo, e di gesti comuni, gli elettori non crederanno mai che saremo in grado di governare la complessità anche culturale della società.
Quindi tregua, pace armata? Niente affatto. Spostiamo tutta la discussione sul confronto strategico, lasciando da parte le etichette (tu di sinistra io, chissà perchè, di destra). E il tema strategico deve rispondere alla domanda sul come organizzare e far diventare forza di governo quell'area politica che percepisce la fuoriuscita dal tempo di guerra attuale in termini di nuova giustizia, di nuove opportunità, di allargamento senza precedenti delle frontiere della democrazia. Voi, caro Padellaro, potere svolgere un ruolo importante. I giornali devono essere autonomi, ma devono accettare le critiche. Io ho reagito, spesso a brutto muso (ma è meglio la brutalità della doppiezza), a quelle che ho considerato accuse ingiuste anche verso di me, ma non vivo di rancori, per fortuna. Fate il giornale che credete di dover fare, ma apritelo anche a chi non la pensa come voi. È l'unico suggerimento che mi sento di darvi. Non è questione di bilancino. Per quanto Lenin sia in disuso, fortunatamente, mi ricordo che Georgy Lukacs in un libretto sul rivoluzionario russo citava la sua capacità di bilanciare pazienza e impazienza. Sbagliava su Lenin, come si é tragicamente visto. Ma bilanciare pazienza e impazienza è una virtù della politica democratica, quella che tutti insieme vogliamo portare alla guida del paese.

29.03.04 12:10 - sezione dossier l'Unità
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