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Per Ostellino è tutto chiaro
Secondo Piero Ostellino, Romano Prodi «rimane il prodotto tipico, a Denominazione di Origine Controllata, della Dc del "compromesso continuo" con gli interessi organizzati, dei finanziamenti a fondo perduto al Meridione, dei sussidi alla grande industria, del neo corporativismo sindacale, dell'occupazione dello Stato. Insomma, della Dc post degasperiana che ha sacrificato la modernizzazione del Paese sull' altare della propria sopravvivenza e della stabilità sociale». Ma non solo: il pericolo del post elezioni politiche è che il Professore «cerchi di (ri)costituire il "grande centro" neo democristiano, attraverso la (ri) aggregazione di tutti i dc della diaspora, da quelli della Margherita, a quelli dell' Udc, dalle truppe di Mastella ai transfughi da Forza Italia». Si sa che l'opinione di Ostellino lascia il tempo che trova, ma quello su cui scrive è comunque il secondo quotidiano più letto in Italia e una risposta era d'obbligo.


A PIERO OSTELLINO
Mail del 17 aprile 2005

Suo articolo sui DS

Due osservazioni a proposito della sua frase "Prodi sogna di governare il paese con la diaspora ex dc secondo prassi e tradizione" (con quel che segue),

1 - non sembra ne' utile, ne' realistico ne' probabile un panorama prodiamo quale lei ha descritto. Se lei avesse scritto - che so - "D'Alema", l'immagine avrebbe potuto essere credibile. Ma la storia di Prodi, dal 96 in avanti, e' troppo radicata nel bipolarismo per poter credere ai dubbi di "restaurazione" che il suo articolo cerca di instillare nel lettore

2 - lo schieramento nato e radicato sui resti della DC, proiettato verso la sua rinascita e' proprio quello di centro destra. Insomma, sostituendo nel suo articolo i nomi Prodi, Bertinotti, Fassino eccetera con i corrispondenti della CdL, il panorama ne esce molto piu' realistico (eventualita' di governare nella prossima legislatura a parte). A questo proposito, cito qui sotto l'estratto di un articolo comparso proprio oggi su Libero.

"non è una novità che Forza Italia, partito inventato in pochi mesi del 1994 da Berlusconi, abbia raccolto da subito nelle sue fila parecchi fuoriusciti dal ventre della Balena Bianca, assieme ad altri esponenti di derivazione socialista, più un non indifferente gruppo di ex del Pci, a cominciare dall'attuale coordinatore Sandro Bondi. A ben guardare, poi, il numero di deputati ex diccì in Forza Italia non è affatto diminuito con la separazione cronologica dall'estinzione della Democrazia Cristiana. Anzi: nel 2001 la percentuale di ex scudocrociati è aumentata rispetto alla legislatura precedente. Sui 210 eletti azzurri nelle politiche contro Rutelli, infatti, 80 avevano precedenti esperienze politiche, e di questi oltre la metà ( 46) venivano dal partito che fu di Alcide De Gasperi" - [m.c.] da Libero del 16 aprile 2001

Saluti, Alberto Biraghi



Dal Corriere del 16 aprile 2005

Ds, la grande paura dopo l' 11 a 2 Fare da ruota di scorta a un ex dc
IL DUBBIO
di PIERO OSTELLINO Ora, la partita si gioca tutta dentro il centrosinistra. Ma che partita sarà? Non occorre essere chiaroveggenti per capire che anche nel centrosinistra c' è chi non è poi così entusiasta dei risultati delle elezioni regionali del 4 aprile. C'è un'Italia, minoritaria, ma non piccola, che «non vuole morire democristiana». Di questa Italia fanno parte anche i Democratici di sinistra, i cui destini dipendono da come si metteranno le cose nella galassia del centrosinistra. E qui le cose sono assai meno lineari di come la marcia (apparentemente) unitaria e trionfale del centrosinistra lascerebbe presagire. Forse, i giochi sono fatti per quello che riguarda l'esito delle prossime elezioni politiche (il successo del centrosinistra) ma non lo sono affatto per gli assetti del futuro governo. Proviamo, allora, a metterci nei panni di Fassino (forza), D'Alema e dell'ala riformista dei Democratici di sinistra. È facile intuire quale sia stata la loro non confessata e non confessabile reazione all'11 a 2 delle Regionali: « E adesso, "questo", non ce lo togliamo più». Dove «questo» sta per Romano Prodi. Non è un giudizio negativo sull' uomo, che è degnissima persona quanto lo sono Fassino (forza), D'Alema e altri. È un giudizio «politico» sull'ex democristiano, che rimane il prodotto tipico, a Denominazione di Origine Controllata, della Dc del «compromesso continuo» con gli interessi organizzati, dei finanziamenti a fondo perduto al Meridione, dei sussidi alla grande industria, del neo corporativismo sindacale, dell' occupazione dello Stato. Insomma, della Dc post degasperiana che ha sacrificato la modernizzazione del Paese sull' altare della propria sopravvivenza e della stabilità sociale. Che cosa si possono aspettare, e temere, dunque, i Ds da «questo» Romano Prodi? La risposta prevedibile è questa. Che egli cerchi di (ri)costituire il «grande centro» neo democristiano, attraverso la (ri) aggregazione di tutti i dc della diaspora, da quelli della Margherita, a quelli dell' Udc, dalle truppe di Mastella ai transfughi da Forza Italia (che senza Berlusconi è condannata a sfasciarsi). Le fibrillazioni di questi giorni di Marco Follini una sorta, allo stesso tempo, di tirannicidio e di suicidio ne sono la necessaria premessa, la prova generale di una commedia più complessa. Non è vero, o è vero solo congiunturalmente per ragioni tattiche e di leadership personale, che Prodi voglia governare con Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti, portando il Paese a sinistra degli stessi Ds, come sostiene propagandisticamente la destra. Il Professore che, da navigato democristiano, è politicamente tutt'altro che uno sprovveduto non si sogna nemmeno di diventare ostaggio di un intelligente e imprevedibile movimentista come Fausto Bertinotti. Né è verosimile, se non per ragioni di immagine, che egli voglia mettere l'intera direzione dell'economia nazionale nelle mani di un uomo aperto alla concorrenza come Mario Monti. No, Prodi sogna, una volta vinte le elezioni, di fare qualche concessione non di sostanza a Rifondazione, e di governare il Paese intendiamoci: legittimamente con la diaspora ex democristiana «secondo prassi e tradizione» . Che, per i poteri cosiddetti «forti» , ma in realtà debolissimi, è lo «Stato delle corporazioni» e, per gran parte degli italiani, lo «Stato delle clientele» . Il trionfo della più autentica cultura politica controriformista del Paese. A questo punto, è prevedibile anche il destino dei Democratici di sinistra al quale essi non sembrano neppure in grado di sottrarsi. Quello del complice ma, nel loro caso, anche della vittima designata di un'operazione neo conservatrice. Il ruolo, cioè, della ruota di scorta riformista di un governo che riformista non sarebbe. La fine fatta da Alleanza nazionale, ma in chiave anti riformista, nel governo di centrodestra.

17.04.05 09:32 - sezione politiche
il 18 Aprile 2005 (quando OMB accettava i commenti)
alberto ha scritto:

Il dibattito con Ostellino prosegue qua.

il 18 Aprile 2005 (quando OMB accettava i commenti)
mik ha scritto:

A me l'analisi di Ostellino non sembra del tutto campata in aria: il continuo ammiccamento tra centrosinistra-centro e Udc (forse il partito con il tasso più alto di corrotti e indagati) forse la rafforza (quant'è bravo tabacci, intelligente e fine follini, rutelli che vuole conservare le leggi berluschine, veltrony più papalino del papa, ...)

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