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«Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare» (Francesco Guccini)
Igiene dell'assassino
«Amélie Nothomb è nata a Kobe, Giappone, nel 1967. Suo padre, erede di una grande e nobile famiglia belga, ambasciatore, l’ha trascinata in giro per il mondo: dopo il Giappone, Cina, Stati Uniti, Laos, Bangladesh. Un’infanzia isolata, racconta lei, a spasso per il mondo eppure letteralmente "tagliata fuori dal mondo". Solo a 17 anni Amélie sbarca per la prima volta nella «sua» città, Bruxelles. Incontra la nonna che la scruta ben bene e poi le dice: "Spero che tu sia intelligente, perché sei talmente brutta..." Fino a tre anni di età Amélie non ha detto una parola; poi, l’altra nonna - più compassionevole - le mise in bocca un cioccolatino (bianco) che le ha sciolto la lingua. A scuola, a Tokyo, unica non giapponese, i compagni e le compagne l’hanno spogliata completamente per vedere se "era bianca dappertutto". Suo padre, uno dei pochissimi non giapponesi a saper intonare l’antico Canto del No, le imponeva di ascoltarlo: quattro ore nella posizione tradizionale, in ginocchio, appoggiata sui talloni. Dopodiché, tra i tredici e i sedici anni, non ha più mangiato. L’anoressia, un’esperienza speciale: "Il corpo scompare a poco a poco, trascinandosi dietro l’anima e lo spirito..." Insomma il vero romanzo di Amélie è la sua vita.»

Va letto l'articolo di Cesare Martinetti pubblicato sulla Stampa Web e va letta la biografia dell'autrice su Wikipedia, perché lo sconcertante "Igiene dell'assassino" sconcerta meno e si lascia comprendere di più se si conosce la vita dell'autrice. L'infanzia in una società diversa, il mutismo infantile, il cioccolatino come catalizzatore delle prime parole pronunciate, il canto giapponese del padre, il soggiorno in Bangladesh e l'anoressia. Allora i conti tornano, perché si ritrova un po' tutto questo nella storia di Prétextat Tach, protagonista del libro del 1992 che le ha dato la notorietà. Tach è uno scrittore misantropo e misogino, premio Nobel per la letteratura, tanto grasso da non riuscire più a camminare che scopre di essere in fin di vita: restano un paio di mesi e il suo agente lo convince a farsi intervistare.
Il romanzo è tutto qui, nei dialoghi di Tach con tre giornalisti e una della giornalista. I primi tre saranno massacrati dal sadismo dialettico dello scrittore, la quarta, Nina, saprà tenergli testa, invertendo i ruoli e trasformando il carnefice in vittima.
Nonostante l'immobilismo della scena, questo è un romanzo che avvince e coinvolge, la Nothomb è abilissima nello spostare l'empatia del lettore da un personaggio all'altro man mano che le pagine scorrono e il passato dello scrittore emerge dopo oltre sessant'anni. Finale a sorpresa ma non troppo, allegorico, forse autobiografico a leggere questa frase da un'intervista rilasciata a Io Donna: «Quando perdo qualcuno, ho l’impressione che la mia mortificazione sia più devastante di quella dell’altro, lo vivo come il marchio del destino e ogni volta per me è la fine del mondo. Credo di aver cominciato a scrivere per combattere tutta questa morte».
Grazie Sami per la dritta su questo libro.
17.07.05 12:19 - sezione libri
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