Forte dei Marmi - Da Briatore un bagno in economia
di Luca Bottura
Il Forte è uno di quei posti in cui, all'ingresso, trovi un cartello con la tua foto. E una scritta: «Io resto fuori». Anzi, è come se ce ne fossero due. O tre. Stratificazioni successive, nobiltà sovrapposte. Gli anni Venti: Carrà, Malaparte, Balbo. E Franceschi, quello che poi avrebbe messo su la Capannina. Gli anni Settanta e Ottanta: Tognazzi, Mina, Borg. E Franceschi, quello che negli anni Trenta aveva messo su La Capannina e nei Sessanta l'aveva ricostruita dopo un incendio. Oggi: la Santanchè, Fede, Sgarbi. E la Capannina, senza Franceschi. Soppiantata nell'immaginario collettivo dal Twiga di Briatore. Un bagno-risto-disco-bar che dell'augusto predecessore ha mantenuto alcune significative costanti: in “Capanna”, a fine anni ’60, un'aranciata poteva costare 6000 lire. Contro le 28.000 di uno stipendio medio basso. Oggi, se la serata è particolarmente uptodate, un aperitivo al Twiga a fianco della Seredova, o persino di Enrico Preziosi del Genoa, quota sui 250 euro. Sempre se ti fanno entrare.
A me no, non mi fanno entrare. Mi presento in mattinata a braccia alzate in segno di resa, fendo la teoria di Cayenne in parcheggio, oltrepasso un ragazzo con l'auricolare. Gentile. Mi indirizza alla direzione. Al lato del bancone occhieggia una teoria di telefoni cordless. Li conto. Sono 48. Uno per ogni tenda (l'ombrellone no, fa troppo proletario), casomai arrivassero 48 telefonate contemporanee e tutte ineludibili.
Di fianco al bancone, una ventenne dagli occhioni blu. Dietro una vetrata, la direttora. La telecomanda. «Buongiorno, sono un giornalista dell'Unità. Volevo sapere... ». «Prenda la brochure, c'è tutto lì». «Anche i prezzi? Quanto spenderei per una giornata?». «Trecento euro, ma nessuno viene per un giorno. Comunque sono compresi tenda, teli e parcheggio». Ah beh, allora...
La direttora spinge un tasto, la ragazza scompare. Riappare: «Ma i prezzi non mettiamoli». «Certo. Posso fare un giro? Giuro che non disturbo». Prima che il telecomando faccia di nuovo clic, sono dentro.
Siamo nel fine settimana ma il bagno è semideserto. Pare che la gente compri il posto all'ombra come status symbol, pagandolo anche 25.000 euro per tutta la stagione. Poi magari se ne sta a casa. O forse è vero che il Twiga per Briatore è come il Milan per Quellolà: rappresentanza pura, i cui bilanci, per quanto irrobustiti da fior di sponsor, non sono poi così importanti.
Gli addetti, riconoscibili dalla maglietta rosa griffata, sono il triplo dei bagnanti. Davanti al bar (un bel gazebo ripieno di bellezze esuberanti) tre manager sui 50 hanno spianato i palmari sul tavolino in legno a bordo piscina. Discutono animatamente di lavoro, poveretti. Poco più in là, un salottino in tessuto tipicamente estivo: pelle di leopardo. E di zebra, pare. Rovente. Alcuni divani non proprio freschi di bucato. Cabine color evidenziatore. Da una delle quali sbuca una bella signora sui 40, che si asciuga i lunghi capelli biondi. Tento il contatto, me lo concede. È di Roma, imprenditrice, ramo comunicazioni: «Ma proprio non sono mondana».
«Ciò che mi piace del Twiga - mi spiega, suadente - è la possibilità di rilassarsi. Il servizio è eccellente, mantengono quello che promettono». «E poi - la interrompe la madre, che fin lì osservava orgogliosa - non ci stanno ragazzini in mezzo alle scatole». Lo sguardo di riprovazione della figlia è notevole. «Comunque - conclude - non sono il tipo che balla sui tavoli. Al massimo un aperitivo al tramonto, ecco. La discoteca è più roba per i miei figli». Vengono qui? «No, vanno in Capannina».
Vicino alla riva, un extracomunitario sta facendo buoni affari. Vorrei chiedergli che tipo di collanina preferisce la Santanché - socia di Briatore insieme a Brosio e a Marcello Lippi - ma una maglia rosa mi blocca: «Chieda il permesso alla direttora». Rieccomi al via, e senza neppure le ventimila in tasca. Prima ancora che fiati, mi contra: «Non ho tempo, oggi è un giorno pieno». «Allora tornerei stasera». «No, stasera c'è una festa privata. Arrivederci». Non è vero: stasera c'è una sfilata di moda: “For rich only”. Effettivamente, penso, non devo apparire abbastanza rich. Uscendo, mentre le maglie rosa memorizzano i miei connotati, agguanto copia del mensile “Chi vuol essere Billionaire”. Purtroppo neanche lì c'è la risposta alla domanda più importante: se Briatore abbia scelto il nome “Twiga” perché fa rima.
Decido di andarlo a chiedere a Romano Battaglia. Ce l'avete presente, no? È il factotum della Versiliana, il caffè letterario che ogni anno occupa militarmente l'omonimo parco in fronte al mare. Ma il destino ha deciso che non possa sussurrare: «Saluto Romano». Anzi, più che il destino sono i nuovi organizzatori: la Ldm, casa di produzione tv equivicina, dicono, ad An, celebre per un recente contrattone-quadrone da 100 milioni di euro. Ha trasformato una manifestazione tutta riporto e foulard, gradita soprattutto a un pubblico di over 75, in una specie di “Porta a porta”. Ci va Casini a bacchettare Berlusconi, ci va Siniscalco a prendersela con Tremonti. Si siedono davanti a una scenografia piena di pubblicità: Estèe Lauder, Vuko Collezione, Arredamenti Marletto. Un po' come i calciatori. Poi iniziano a parlare. Sempre a favore di telecamera, e di titolo di giornale.
Laddove imperversava l'eloquio vagamente anestetico di Battaglia, ora si alternano moderatori di rango: il direttore del Giornale, il direttore del Tg2, un importante mezzobusto del Tg5. Con consorte. Simpatica, lamentosa. «Il Twiga? Certo che non ci vado. E se poi ti ritrovi accanto Dj Francesco?». Ce l'ha coi prezzi. Racconta che al Forte l'unica striscia di spiaggia libera ha una doccia soltanto, mimetizzata in modo che si veda solo dal mare. E fa il calcolo di quanto ha speso in un bagno che non è il Twiga: 40 euro tra posto e lettino, 15 per un piattino di frutta. Tra me e me, spero fortemente che li abbia pagati Carlo Rossella di tasca sua.
È sera. Attraverso la strada e mi metto sulle tracce di Michele, che oggi fa il cameriere in un bagno lì di fronte. È la memoria storica del Forte, mi assicura un'amica. Ed è anche un po' mio cuggino. Nel senso che lo circonda un'aura mitologica in cui vero e verosimile si mischiano. Sarà vero che nei favolosi Seventies era il proprietario del Maitò, uno dei migliori ristoranti del Forte, ma poi si giocò tutto a carte distribuendo mance da 100 milioni? Sarà vero che passava le serate con Daniele Pace, il paroliere della premiata ditta Pace-Panzeri-Pilat, e gli suggeriva le canzoni per Sanremo? Sarà vero che prendeva lezioni di bridge dal nipote, omonimo, di Primo Levi? Sarà vero che Mina è molto sua amica, così amica che pochi giorni fa era qui in incognito e s'è messa a cantare per una mezz'oretta, mentre i clienti del ristorante rimanevano con l'anello di totano sospeso a mezz'aria?
Di certo c'è che Michele possiede modi quasi aristocratici. E un eloquio pensoso, spezzato, intriso di cordiale reticenza. Punteggiato di “questononscriverlo”. E io non lo scrivo. È catanese. Venne qui a 7 anni. La prima stagione l'ha fatta a 11. Da Franceschi, alla Capannina. Era il suo portafortuna alla Teresina. Poi è andato a servizio nella villa degli Agnelli, che aveva lo sbocco direttamente sul Tirreno «perché l'Avvocato da piccolo aveva fatto le elementari in casa insieme ad Aurelio Tonini. Che poi diventò sindaco e gli diede la concessione per fare il tunnel verso il mare». Chissà se chiese il segreto di Stato pure lui.
Raggiunta l'età della ragione, Michele ha provato a trovarsi un lavoro normale alla concessionaria Porsche di Massa. Ma è tornato al Forte dopo otto mesi. È andato a Milano, è rientrato. Ha aperto locali, dice. Ne ha chiusi. Ha visto passare tutti, può fare confronti. In due ore di chiacchiere, con una media di cinque Muratti/ora gli scappa un solo giudizio netto: «Tra Briatore e Franceschi passa la stessa differenza che c'è tra mia nonna e Sharon Stone». Il resto è sfumato. Certo, una volta andò a proporre una canzone a De Andrè, e forse non lo rifarebbe con Dj Francesco. Certo, con Tardelli e Mancini si trovava bene e «questi manco so come si chiamano». Certo, «il Forte non è più quel Forte». Ma di chi sia la colpa, mica te lo dice. Di cosa, al massimo. «Qui ha fatto molti danni Tangentopoli. La sua fine, intendo. Prima c'era una certa spensieratezza. Rubavano, e non è bello. Ma poi redistribuivano. Adesso i soldi non girano».
Meglio: non girano per tutti. Perché esiste e prospera una seconda generazione di indigeni che trenta-quarant'anni fa s'è ritrovata davanti a un tornado di banconote. E ha allungato la mano. Come Beppe Bertelloni, il proprietario di diversi locali e del ristorante in cui lavora Michele. Di cui è molto più ottimista. Ha 45 anni, cominciò a lavorare a 14 da Oliviero, il locale gemello dell'84 di Roma, il rivale del Piper. Ricorda che una sera del 1974 zittì a calci, un amplificatore ribelle di Patty Pravo. «Mi voleva a Roma, i miei dissero no». Ricorda pure che la sera dopo tutta la troupe della Strambelli fece il bagno nuda in piscina. «Scoppiò un casino, ero minorenne. Stavolta i miei mi tennero a casa del tutto. Che tempi».
Che tempi. Finiti. Anche se, riprendendo il cammino notturno sull'Aurelia, all'improvviso mi è chiaro il segreto che permette a questo posto di autoriprodursi all'infinito: è come Mina. Si nasconde da anni, alimenta il mito, ma c'è sempre qualcuno che giura di averla vista da poco. Anche se in fondo preferisce ricordarla com'era.5 - continua
dov'e' willy? gia' lo sento: "e che c'e' di male se uno vuole bersi un cocktail da un milione di sesterzi??" ;-) (vedi post sui diamanti sulle braghe)
ahahahahah
giuro che stavo pensando la stessa cosa sensi!!!
Esatto, perchè nessuno si scandalizza per una cena da 300 euro in un ristorante di lusso o di una suite da 2000 euro in un albergo 5 stelle. No, sarebbe banale, e poi dietro agli alberghi ci sono anonime società internazionali o famiglie più o meno sconosciute, vuoi mettere la libidine di prendersela con il catalizzatore di tutti i mali della società attuale, il Flavio da Cuneo? A parte il fatto che io a Forte mi sono sentito chiedere 50 euro per due sdraio e neanche un ombrellone per un pomeriggio in uno stabilimento balneare sconosciuto e pure bruttino, a quel punto mi sembra che il pacchetto Twiga sia, se non economico, proporzionato. Ma poi, dico io, è necessario scandalizzarsi e gridare al peccato ogni volta che si legge o si viene a sapere di qualcosa che non è proprio alla portata di un operaio?! Chi non vuole o non può spendere se ne va in un altro bagno o alla spiaggia pubblica, non gliel'ha mica ordinato il dottore di andare al Twiga? o no? o mi sbaglio?
bomba o non bomba...arriveremo al twiga.
cosi' ci siamo ridotti...azz..
ma non eri a mare con la belva-)?
saludos
Andato e tornato, qui si lavora e si produce! Al chiodo a fatturà....(questo lo dico per darvi la possibilità di prendermi in giro). Saluti anche te!
ah dimenticavo la sintesi del mio pensiero: vaffanculo twiga!
se tornerete ancora sull'argomento passo dalla parte di willy
AHAHAH
appunto
un po' di tempo fa postai vita, morte e miracoli di don Flavio.
Visti i suoi precedenti(penali) e l' assidua frequenza con cui il suo nome e le sue prodezze vengono citate da questo blog, spero che un giorno si prenda in considerazione l' idea di aprigli una sezione tutta per lui.
x i più distratti ricordo il link da dove poter leggere la sua biografia, naturalmente non autorizzata:
http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/Briatore.html
In miniera!
Lo so, non sarà il massimo dell'originalità, ma i paragoni sono automatici quando subito dopo leggi queste cose...
In Italia ci sono oltre 6.000 Km di spiagge...
Certo, nessuno ti obbliga a andare al twiga...
Ci sono stata una sera e posso dire che secondo me è un locale triste: gente con la puzza sotto il naso, riguardata in ogni minima mossa che non sorrideva neanche con le cannonate..
E poi via, fatemi il piacere, a me fanno un sacco di tristezza! 25.000 euro a stagione????
io saprei come spenderli MEGLIO!
mah..
io ho provato a mandare avanti una storia con una ragazza che frequantava assiduamente il Twiga..
io mi sono sempre rifiutato..
ho provato a raccontarle di poesia... letteratura.. che esiste un mondo diverso...
niente da fare....
ora mi ha detto di avere trovato un ragazzo più in "sintonia" col suo modo di divertirsi...
e ciao!
non è il Twiga in sè il problema... ( il locale è pure carino ) ...è il pensiero che ci sta intorno..la fiosofia di vita che accomuna le persone che lo frequentano...
unite tutte da un minimo comun denominatore..
lascio a ciascuno di voi immaginare quale sia...
ciao.