Vita e Morte a Beirut
di Robert Fisk
Domenica, 16 luglio. Per la prima volta in questa guerra ho visto un missile solcare il cielo. Passano troppo veloci, o forse si è troppo occupati a fuggire per riuscire a vederli. Questa mattina però Abed e io ne scorgiamo uno fendere la cortina di fumo che ci sovrasta. «Habibi! Amico mio!» grida Abed, mentre io gli urlo «Sterza! Torna indietro!» e ce ne fuggiamo a tutta velocità dalla periferia meridionale di Beirut per non essere colpiti. Facciamo appena in tempo a svoltare l’angolo della strada, ed ecco una violenta esplosione e dalla via che abbiamo appena lasciato levarsi un’enorme colonna di fumo denso. Chissà che ne sarà stato degli uomini e donne che abbiamo visto fuggire un attimo fa nella speranza di scampare a quel razzo israeliano? Durante un’incursione aerea non vedi che qualche metro intorno a te, e ti preoccupi soltanto di salvare la pelle.
Rientro a casa, al mio appartamento sul lungomare, per scoprire che non c’è energia elettrica. Certamente tra non molto verrà a mancare anche l’acqua.
Siedo al balcone e penso che non mi trovo, sistemato alla meglio, in un lurido hotel di Kandahar o Bassora. Sono a casa mia, però mi rendo conto che la paura sarà d’ora in poi una costante delle mie giornate; e che per la mancanza di carburante, ora che gli israeliani bombardano depositi e distributori, non ci sarà più in strada quel torrente continuo di macchine a tenermi sveglio fino quasi all’alba col rombo dei motori e il suono dei clacson. Se mi sveglio la notte, ora sento il cinguettio degli uccelli, lo sciabordio delle onde del Mediterraneo, il dolce stormire delle foglie di palma.
Stasera sono andato a fare un po’ di spesa per mangiare. Non si trova più latte, mentre abbondano ancora l’acqua e il pane, il pesce e il formaggio.
Mentre Abed si appresta a farmi scendere dall’auto, il tizio nel fuoristrada dietro a noi suona il clacson e non la smette più. Scendo dalla macchina e mi sento apostrofare con un pesante insulto rivolto a mia sorella. È la prima volta che mi capita, da quando è iniziata questa guerra. I libanesi di norma non imprecano alla volta degli stranieri, sono gente gentile ed educata. Faccio con la mano un cenno che da queste parti significa «che vuoi?», ma l’uomo si allontana con la sua auto. Che m’importa, io sorelle non ne ho.
Lunedì, 17 luglio - I telefoni funzionano ancora, e il mio cellulare non se ne sta zitto un attimo. Sono perlopiù amici che mi chiedono se sia il caso di fuggire da Beirut o addirittura dal Libano, e di libanesi all’estero che si chiedono se sia opportuno rientrare in patria. Intanto in sottofondo si sente il sordo brontolio delle bombe che cadono nella zona tenuta da Hezbollah. Se dicessi agli amici di rimanere e poi fossero colpiti, mi sentirei responsabile. Altrettanto se dicessi loro di andarsene, e fossero colpiti durante il tragitto. Dire ai libanesi di rientrare? E se poi muoiono? Allora gli spiego quanto è diventato pericoloso, il Libano, e insisto che devono essere loro a decidere. Provo una pena immensa per questa povera gente. Tra di essi c’è chi è stato profugo per ben quattro volte in 24 anni.
Oggi mi ha telefonato una donna dalla doppia cittadinanza libanese-iraniana: ha un figlio con passaporto americano e l’altro figlio soltanto con passaporto libanese. Una situazione senza speranza. Le suggerisco di trasferirsi nella zona montagnosa a maggioranza cristiana, intorno a Faraya, e cercare lassù una sistemazione. Lì dovrebbe essere al sicuro, almeno lo spero.
Rientro da Kfar Chim, dove un pezzo di missile israeliano o un’ala di aereo ha quasi decapitato l’autista di un mezzo. Era uno spettacolo tremendo, quella testa che penzolava in avanti e tutto quel sangue su quel corpo senza vita. Abed si era innervosito perché mi trattenevo troppo a lungo sulla scena - gli israeliani ritornano sempre sul luogo del delitto. «Habibi, devi fare in fretta. Ricordatelo la prossima volta!» Aveva ragione. Gli israeliani sono tornati e hanno bombardato le forze libanesi.
Ora è la mia cameriera Fidele ad essere spaventata. Pensa sia troppo pericoloso venire dal quartiere cristiano di Beirut a dove abito io, perché gli israeliani hanno fatto saltare la sommità del faro a 400 metri da casa mia. Fidele viene dal Togo e fa delle pizze fantastiche - la sua “Pizza Togollaise” è inimitabile -. Mando allora Abed a prenderla. Lei riempie la lavatrice, ma dopo soli cinque minuti la corrente se ne va, e ci tocca tirar fuori tutti i panni per ritentare l’indomani.
Martedì, 18 luglio - Mi sveglio alle 3.45 del mattino al rumore di una colonna di carri armati che passa sotto casa. Scendo in strada e scopro che l’esercito libanese ha posizionato un semicingolato di costruzione americana nel parcheggio di fronte alle mie finestre. Vorrebbe essere una posizione strategica, là sotto quella palma, come se gli israeliani non potessero vederlo. La cosa non mi piace affatto, né piace al mio padrone di casa, Moustafa, che abita al pianterreno. Più tardi nella mattinata telefono a un generale amico mio per vedere cosa si può fare. Ci mettono un’ora per individuare il parcheggio sulle loro mappe; poi mi fanno sapere che il semicingolato è lì per impedire che gli Hezbollah utilizzino il parcheggio per lanciare un altro missile contro una nave israeliana.
La scuola della comunità americana, ormai vuota, si trova poco più avanti sulla stessa mia strada. Siamo sotto la protezione dell’esercito libanese.
Arriva la prima nave da guerra francese per raccogliere i cittadini francesi in fuga dal Libano. Passa fiera davanti al mio balcone. Le navi da guerra francesi portano spesso il nome di qualche alto ufficiale che si è distinto; questa fregata anti-sommergibile, in particolare, è intitolata a Jean-de-Vienne. Consulto i miei testi di storia francese, e scopro essere Jean-de-Vienne un ammiraglio francese del 14° secolo che assaltò la città di Rye nel Sussex e l’Isola di Wight; morì - udite, udite - combattendo in una Crociata contro i musulmani turchi. Non c’è che dire, proprio la nave più indicata per iniziare l’evacuazione dei francesi dal porto di Beirut, già usato dai Crociati.
Mercoledì, 19 luglio - Ora che gli israeliani stanno distruggendo interi isolati nella periferia meridionale della città a maggioranza sciita - in riva permane una cappa di fumo che si spinge lontano sul Mediterraneo - decine di migliaia di musulmani sciiti giungono qui in cerca di rifugio nei parchi, nelle scuole, sul lungomare. Camminano su e giù sotto casa mia, le donne in chador, i mariti e fratelli dal volto serio sotto le folte barbe, e i bambini che scorrazzano spensieratamente tra le palme. Mi parlano con rabbia di Israele, ma evitano di commentare la gravità della cattura dei due militari israeliani ad opera di Hezbollah. Sia Hezbollah che israeliani puntano a colpire industrie alimentari, camion e autobus - per non parlare dei 46 ponti. Intanto gli spazzini evitano di svuotare i cassonetti per tema che il camion della nettezza urbana sia scambiato per un mezzo lanciamissili. Quindi niente prelievo dei rifiuti, stamattina.
I quotidiani di Beirut sono pieni di foto che mai verrebbero pubblicate su un giornale britannico. Foto di bambini decapitati, di donne senza gambe o senza braccia, di vecchi ridotti a brandelli. I raid aerei israeliani colpiscono dove capita, e ciò che ne consegue è a dir poco osceno. Non c’è dubbio che le vittime innocenti degli attacchi hezbollah in Israele vadano viste con lo stesso occhio - resta il fatto, però, che qui in Libano la strage ha proporzioni ben più vaste. I libanesi vedono queste immagini sui giornali, in Tv - esattamente come il resto del mondo arabo. Ora, io mi chiedo in quanti di loro queste immagini riportano alla mente quelle dell’11 settembre o del 7 luglio o di qualsiasi altra data del genere? Che effetto ha la guerra sulla gente? Più tardi mi capita di parlare con una collega austriaca: le chiedo cosa fa suo padre. «Beve» mi risponde. Perché? «Perché suo padre rimase ucciso a Stalingrado».
Porto un po’ di tè ai soldati del semicingolato fermo nel parcheggio. Sono tutti di Baalbeck, quindi musulmani sciiti. Mai aprirebbero il fuoco su una postazione missilistica Hezbollah. Più tardi rientro da una puntata alla periferia meridionale della città, e scopro che se ne sono andati con tutto il loro mezzo. È la prima bella notizia della giornata.
Il ministro delle Finanze tiene una conferenza stampa per parlare dei danni per miliardi di dollari che i raid aerei israeliani infliggono al Libano. «Abbiamo avuto offerte di aiuti dall’Arabia Saudita, dal Kuwait e dal Qatar», annuncia con orgoglio. «E da Siria e Iran?» chiede un giornalista della radio irlandese, citando i due Paesi musulmani principali sostenitori di Hezbollah. «Nulla», risponde il ministro col fare di chi vuole chiudere lì il discorso.
Giovedì, 20 luglio - Giornata no in fatto di messaggi. Mi chiamano dagli States per dirmi che sono un antisemita in quanto critico Israele. Ci risiamo. Rispondo che se si definiscono antisemite le persone rispettabili, automaticamente diviene rispettabile anche l’antisemitismo. E invito chi mi ha telefonato a chiedere all’aviazione israeliana di smettere di ammazzare la popolazione civile libanese. Poi dalla California mi arriva un fax da un amico ebreo che mi racconta che un certo Lee Kaplan che scrive sull’Israel National News - mai sentito nominare - mi ha bollato sul suo giornale per aver «incassato un sacco di soldi con le mie conferenze rivolte agli antisemiti». A differenza di Benjamin Netanyahu e di tanti altri che conosco, non ho mai e poi mai preso un soldo per le mie conferenze. Quello che più offende, comunque, è tacciare di antisemitismo le persone che mi vengono ad ascoltare.
Un altro fax mi è inviato dall’editore di un mio libro in via di pubblicazione, in cui questi si scusa per il disturbo «in un momento così difficile (sic)» e mi promette di mandare le bozze di stampa via DHL, che è ancora operativo a Beirut. Vado al centro per verificare presso il corriere. Mi dicono che i plichi indirizzati al Libano vengono inviati in Giordania, e da lì inoltrati a Beirut con un camion via Damasco. Un camion? Ohi, ohi...
Venerdì, 21 luglio - Gli israeliani hanno appena bombardato il carcere di Khiam. Un obiettivo interessante, in quanto questa era la prigione in cui la cosiddetta South Lebanon Army israeliana impiegava la tortura delle scariche elettriche applicando gli elettrodi sui genitali degli uomini e ai capezzoli delle donne. Quando nel 2000 le forze israeliane si ritirarono, gli Hezbollah trasformarono la prigione in museo. Ora le testimonianze della crudeltà della SLA non esistono più, sono state cancellate - si è colpito un altro obiettivo terroristico.
L’elettricità ritorna alle 23, e così vedo sulla BBC il console generale israeliano, Arye Mekel, dire che bombardando gli Hezbollah «Israele fa un favore ai libanesi» e che «gran parte della popolazione libanese comprende ed apprezza ciò che si sta facendo». Ora capisco. I libanesi devono ringraziare gli israeliani per la distruzione del proprio Paese e la morte della propria gente. Devono essere grati per i raid aerei e i bambini ammazzati. Un po’ come se gli Hezbollah pretendessero che gli israeliani fossero loro grati per l’attacco al Sionismo. Fino a che punto di autosuggestione si può arrivare?
Sabato, 22 luglio - Sto prendendo il caffé nel giardino del mio padrone di casa. L’uomo si arrampica su una vecchia scala di legno appoggiata ad un fico e mi raccoglie una terrina di frutti. «Ce ne dà di nuovi ogni giorno», mi dice. «Ci sediamo alla sua ombra, e con la brezza che arriva dal mare è come se avessimo l’aria condizionata». Poso lo sguardo su questo piccolo paradiso fiorito sorseggiando il mio caffé da una tazzina azzurra. Tutti e due guardiamo le navi da guerra entrare nel porto di Beirut. «Cosa succederà quando se ne saranno andati tutti gli stranieri?» chiede l’uomo. È l’interrogativo che ci poniamo tutti. Lo scopriremo la settimana prossima.