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«A politician, you know the ethics those guys have. It's like a notch underneath child molester» (Woody Allen)
I Beatles de noantri
Sempre in tema anni '60, l'alternativa all'Equipe 84 erano i Rokes, quattro ragazzotti di Londra venuti a cercare fortuna in Italia nel 1963, fortuna peraltro trovata grazie a un incontro del tutto casuale con Teddy reno (mediocre cantante ma scaltro talent scout dell'epoca che fece i soldi lanciando e sposando Rita Pavone, nonostante sembrasse suo nonno). I Rokes - come si è detto altrove - stavano all'Equipe 84 come i Beatles stavano ai Rolling Stones e i mods ai eockers. Vestiti eleganti, tutti uguali, indossavano chitarre Eko a freccia (oggi sono oggetti di culto, scambiati tra collezionisti a prezzi illogici) di colori rigorosamente surf. Il modo di fare era da giovanotti perbenino, alla faccia di una radice rockabilly che di tanto in tanto faceva capolino.

In Italia il cocktail di contenuti melensi cantati con accento londinese era perfetto (non furono i soli, un esercito di cantanti in gran parte di mezza tacca approfittò della nostra esterofilia) e tra un Bisogna saper perdere e un Che colpa abbiamo noi, i Rokes affascinarono l'ingenuo pubblico dell'epoca. Distratti da capelli lunghi, sferragliare di chitarre elettriche e stivaletti neri, i teenager pre-sessantottini farciva i "mangiadischi" con i 45 giri zeppi di rime banali ("Tu non devi odiarmi se sorridere non sai, dammi la tua mano, siamo amici più che mai" o "E' finita, così semplicemente, la fiamma è spenta, il nostro amor non vive più-u-u").

Nonostante testi così, erano straordinari, Shel Shapiro & C, con le loro doppie voci un po' approssimative, i falsetti sforzati e i rozzi riff di chitarra che risentiti trent'anni dopo fanno sorridere l'ultimo principiante. Ma quelli erano altri tempi, era un'altra musica, elementare e casereccia, ma era il beat e i Rokese lo sapevano suonare in modo rigorosamente kosher. Il successo crebbe, parteciparono a vari festival, a varietà del sabato sera, ebbero perfino una parte in un film di Totò. Poi, nel 1970, dopo un maldestro tentativo di adeguarsi alla Flower Power, svanirono nel nulla. Resta in giro slo Shel, l'anima del gruppo, capelli lunghi da reduce hippy e orecchini, con lo stesso accento, immutato dopo trent'anni a Roma. Un'icona del tempo che fu.

Il pezzo con cui ricordiamo i Rokes, "E' la pioggia che va", del 1967, è la versione abbondantemente riveduta e corretta di Remember the rain di Bob Lind. Secondo molti è il miglior brano inciso dai Rokes nella loro carriera.
30.09.06 09:19 - sezione musica
il 30 Settembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

i corvi, Biraghi, I CORVI!
la loro "sono un ragazzo di strada" ovvero una versione di "ain't no miracle working" dei brogues e' molto al di sopra dell'originale.
ne hanno fatto negli anni (tra le altre, e' una canzone molto popolare tra i "ragazzi di strada") anche una cover OI! (i "colonna infame skinhead").
tanto per dimostrare che, come al solito, siamo nani sulle spalle di giganti.

il 30 Settembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

la memoria mi difetta assai, il titolo esatto del brano dei brogues e' "I ain't no miracle worker".

il 02 Ottobre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
doctor pappiana ha scritto:

Più musica e meno politica....ma meglio shapiro dei corvi. La politica mi ha rotto mentre la musica non mi stanca mai. E poi per la musica non si litiga e per la politica si. Quindi il mio suggerimento è al diavolo la politica e ascoltiamo più musica

il 02 Ottobre 2006 (quando OMB accettava i commenti)

Io rilancio con più musica e più politica, ma "alta". Le beghe del partito milanese deprimono anche le volontà più ferree....

il 02 Ottobre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
alberto biraghi ha scritto:

Non sono d'accordo ad accantonare le beghe del partito milanese. Milano è un pianeta a sé che conta molto per l'Italia, ma che il centrosinistra da vent'anni dà per perso. Comincio a credere che sotto sotto ci sia uno scambio, voi Milano, noi Roma, altrimenti non si spiegherebbero certi personaggi che restano in posizioni di rilievo politico nonostante tutto. Credo che un sito come questo, che nel tempo ha costruito un gruppo di persone diverse, ma interessate al dibattito, abbia il dovere di dare un contributo, dove può, come può. Sono convinto che mettere in piazza le miserie politiche locali e parallelamente a dare visibilità alle cose buone, sia una scelta utile a quel ricambio che da Milano potrebbe anche espandersi.

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