qui giace OneMoreBlog2.31
«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
Un errore tecnico
beithanun.jpg
«La cosa che mi colpisce di più è l´isolamento delle voci ragionevoli, anche rispetto alle grandi comunità ebraiche democratiche. La comunità ebraica americana comincia a dividersi su questo punto, ma ciò non sembra avvenire nel nostro Paese. Penso al dramma di David Grossman: un figlio ucciso in Libano, e lui che afferma che Israele non può più affidarsi in modo esclusivo al mito della potenza militare, all´uso della forza. Ebbene, il fatto che questa coraggiosa asserzione non trovi una eco nel mondo democratico ebraico, ciò non può non porre preoccupanti interrogativi...». L'intevista di Umberto De Giovannangeli a Massimo D'Alema, pubblicata ieri da l'Unità (online qui, richiede la registrazione) ha messo in subbuglio l'ebraismo di sinistra nostrano.

Lele Fiano prova a rappezzare con qualche acrobazia in puro politichese («ritengo profondamente sbagliato che Massimo D’Alema divida gli ebrei in democratici e non, a seconda che, come me, appoggino Grossman oppure no. Io sono prima di tutto un cittadino italiano e sarebbe quindi come dividere gli italiani in democratici o no a secondo che appoggino o meno, ad esempio, la politica degli Stati Uniti. Sgomberato il campo da questa fastidiosa categoria, dico in quanto italiano sostenitore di Israele e dei suoi diritti, che Israele deve assolutamente uscire dal circolo vizioso nel quale si trova in questo momento il suo rapporto con i palestinesi»), ma non convince. Amos Luzzatto è un po' più pragmatico («Da parte degli israeliani deve esserci una chiara politica che serva al loro inserimento nel quadro di un Medio Oriente democratico. Ma perchè ciò possa determinarsi occorre agire con la stessa sollecitazione espressa da D’Alema nell’intervista a l’Unità verso Israele e l’ebraismo democratico, anche nei confronti di quel mondo arabo e islamico, mediorientale e non, che continua a rifiutare se non addirittura minacciare l’esistenza dello Stato d’Israele»).

La sensazione è che ancora nessuno abbia il coraggio di mettere in tavola il dramma del solo paese al mondo di cui si parla in termini di "scomparsa", di un popolo immerso nella tensione di un vicino come Hamas, che dichiara nella propria costituzione «Allah scoverà e ucciderà ogni ebreo nascosto dietro le pietre e dietro gli alberi, finché tutta (ndr: "tutta") la palestina sarà liberata». Difficile pensare che la classe politica israeliana, seconda forse solo alla nostra per inadeguatezza, sia in grado di dare risposte sensate ed efficaci, evitando di descrivere l'assassionio di civili come "errore tecnico".

Sulle recenti vicende di Israele proponiamo il commento di Moni Ovadia, pubblicato oggi da l'Unità.

Massacro tecnico
di Moni Ovadia
L’eco dell'accorato discorso tenuto da David Grossman in occasione dell'undicesimo anniversario della morte di Rabin non si era ancora spento che, in risposta a quelle toccanti parole, sono risuonati i colpi degli obici 155 sparati dai tank dell'esercito israeliano facendo una strage di civili, soprattutto donne e bambini. Il risultato della rapida inchiesta eseguita dagli inquirenti nominati dal ministro della difesa Peretz è: errore tecnico. Le prime parole pronunciate dai leader della politica israeliana, il primo ministro Olmert e il ministro degli Esteri Livni sono state rammarico, imbarazzo, rincrescimento. Ieri, in un'intervista concessa al Corriere della Sera, il signor Olmert ha virato verso parole più forti come rimorso e si è detto pronto a incontrare, senza condizioni preliminari, il presidente palestinese Abu Mazen per proporgli inimmaginabili concessioni.
A rischio di essere annoverato fra coloro che pensano male, ho l'impressione che la buona volontà di Olmert sia dovuta più al risultato delle recentissime elezioni statunitensi che alla tragedia dei palestinesi in sé. La cooptazione nel governo di un pericoloso razzista come Lieberman non depone certo a favore dei suoi buoni sentimenti nei riguardi del popolo palestinese. Ma qualora mi sbagliassi e la qualità delle concessioni fosse tale da portare con sé la fine dell'occupazione e delle violenze, sarei felice di scusarmi per la mia malevolenza. Nel frattempo come ci si pone di fronte a questa spaventosa tragedia? A mio parere è bene tenere fermo il rigore per non abbandonarsi alle pur comprensibili reazioni viscerali ma, simultaneamente, anche il coraggio di parlare con schiettezza e senza censure preventive. A dispetto di coloro che mi ritengono un ebreo «antisemita», non penso che i soldati Tsahal sparino deliberatamente su donne e bambini, ma trovo inaccettabile rubricare la strage di Beit Hanun come errore tecnico. Quell'orrore è il risultato di una politica sbagliata ed ingiusta, figlia di una visione pietrificata partorita dalla protervia militarista.
Le ragioni di Israele sono note: Hamas non riconosce il nostro diritto all'esistenza, ci siamo ritirati da Gaza e da quando lo abbiamo fatto, ogni giorno proprio da lì, piovono sul nostro territorio missili Quassam, rudimentali ma pur sempre missili, dobbiamo difendere la nostra popolazione, è nostro pieno diritto. Queste argomentazioni appaiono «tecnicamente» legittime in sé perché sono pervicacemente estrapolate dal nucleo incandescente della questione e il nucleo è questo: Israele occupa le terre di un altro popolo da quarant'anni, riduce quella gente in stato di prigionia, ne demolisce le fondamenta economiche, cambia la topografia dei suoi paesaggi a proprio esclusivo arbitrio, sradica i suoi ulivi secolari, ne demolisce le case per espellerli dai propri luoghi, ne controlla la vita, cerca di cancellare un'identità con un muro che non separa palestinesi da israeliani, ma soprattutto palestinesi da palestinesi, rendendo la loro vita un calvario e come se non bastasse arriva a contigentarne l'acqua mentre la elargisce a profusione ai suoi illegittimi coloni che annaffiano fiori e riempiono piscine nei loro resort presidiati a 150 metri di distanza.
Qualcuno dei sedicenti amici di Israele riesce a spiegarci cosa c'entra questa vigliaccheria con la sicurezza di Israele? La sicurezza e la difesa di Israele e dei suoi cittadini sono sacrosante e non negoziabili, ma avranno piena e indiscutibile legittimità solo quando le farà valere entro i confini riconosciuti dal diritto internazionale e dalla comunità degli stati. Questo confine si chiama green line. Su quella linea, se lo ritenesse, Israele avrebbe pieno titolo a costruire un muro e a presidiarlo militarmente per respingere gli attacchi qualora vi fossero. E la dirigenza palestinese, solo se insediata in un vero stato, potrebbe finalmente assumersi una piena responsabilità, cosa che non può essere chiesta a chi vive sotto occupazione in un simil-apartheid.

11.11.06 09:42 - sezione guerra e pace
Altrove: A - rivista anarchica | Accordo | Anticatechismo | Chan Hon Chung | Ciclistica | Il Deposito | Don Zauker
Gruhn Guitars | Giordano Bruno | Libertaria | Movimentofisso | Brian Setzer | Shel Shapiro | UAAR | Il Vernacoliere