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«A politician, you know the ethics those guys have. It's like a notch underneath child molester» (Woody Allen)
Israele, un Paese stanco sull'orlo dell'abisso
Le manifestazioni che domani percorreranno le strade di Milano e di Roma non aiuteranno a trovare una soluzione politica. Né contribuiranno ad imboccare una strada di dialogo tra israeliani e palestinesi. Soprattutto non consentiranno a Israele di uscire dalla sua condizione di crisi profonda. Molti si sono chiesti che cosa sarebbe successo in Israele dopo la strage di Beit Hanoun nella Striscia di Gaza (8 novembre), dove 19 civili palestinesi sono stati uccisi da colpi d'artiglieria. Il Ministro degli Esteri - Tzipi Livni - ha affermato che è ciò che è accaduto a Beit Hanoun è una tragedia. Il premier Ehud Olmert ha detto che è stato un tragico errore e ha aggiunto che può ripetersi. Una frase che indica la verità oggettiva, ma che non è una risposta politica, al contrario rappresenta la fine della politica. E' questa l'unica reazione possibile? Non si poteva fare altro?

Nel settembre 1982 le milizie libanesi cristiano-falangiste entrarono nei campi profughi di Sabra e Chatila alla periferia di Beirut e uccisero fra gli 800 e i 3000 rifugiati palestinesi. L'esercito israeliano era a 100 metri di distanza e per quanto non avesse partecipato direttamente alla strage, il fatto che non fosse intervenuto accrebbe di fronte all'opinione pubblica interna la responsabilità del governo di Israele. Le conseguenze furono dapprima le dimissioni del Ministro dell'energia Yitzhak Berman, poi la richiesta del Presidente della Repubblica Yitzhak Navon di un commissione d'inchiesta. Il 25 settembre 400 mila persone (ovvero un decimo del Paese) scesero in piazza a Tel Aviv per chiedere le dimissioni del governo e una commissione d'inchiesta. Shulamit Alloni, esponente del partito per i diritti civili, forse nel discorso più infiammato della sua carriera politica, rivendicò a quella piazza e non al governo il diritto di tenere in mano lo scettro di un Paese sconcertato dalla propria caduta morale.
Ventiquattro anni dopo noi dobbiamo chiederci perché nessuno abbia preteso un'inchiesta per Beit Hanoun, perché le scene di allora non si siano collettivamente ripetute. In breve perché non si sia prodotto un sussulto etico. Non si tratta di condannare o di giustificare. Dobbiamo rilevare che solo passando per un atto pubblico Israele darà a se stesso un fondamento morale nel suo agire politico.
Cos'è cambiato nella società israeliana d'oggi? Perché ciò che è accaduto nel settembre 1982 non è accaduto nel novembre 2006? Si possono individuare varie cause.

1) La crisi delle istituzioni politiche, il cui dato più immediato è l'inchiesta a carico del presidente Moshe Katzav con l'accusa di molestie sessuali.
2) La crisi dell'esercito e di quell'idea di purezza delle armi che ha costituito uno dei miti fondanti della società ebraico-israeliana fin dai suoi inizi.
3) L'effetto senza risultati del ritiro unilaterale, che ha determinato la convinzione dell'inutilità del confronto con i palestinesi.
4) La percezione di una minaccia costante nei confronti della propria esistenza, da parte dell'Iran, ma anche la sensazione di essere un Paese senza domani.

L'effetto è che l'etica si è trasformata in un optional da riproporre in epoca di “vacche grasse”. La percezione d'accerchiamento, d'odio generalizzato, ha fatto il resto.
Oggi Israele è dunque un Paese stanco, che non ci crede. Eppure, al tempo stesso, un Paese che dà voce a figure pubbliche di altro valore etico, capaci di pronunciare parole in piazza come quelle dichiarate da David Grossman quando, di fronte a 100 mila persone, la sera del 4 novembre, chiese a Olmert di fare un gesto politico. Ovvero: dichiarare il massimo della propria disponibilità, obbligando l'avversario a scegliere il dialogo oppure ammettere di non volerlo affatto perché non gli interessa né convivere, né coabitare. La sfida di Yitzhak Rabin nel 1993 non fu altro che questo.
Olmert non ha scelto in questa direzione per volontà sua, ma soprattutto per inconsistenza. E' la paura, prima ancora che l'intelligenza, a dire che oggi c'è una crisi politica in Israele. Oggi il Paese si trova di fronte a un abisso, ma è incapace di produrre una visione e un percorso che consentano di superarlo. Si concede ad intermittenza una politica dei piccoli passi nella convinzione che ci siano tempo e margini. Non c'è niente di più stolto che cercare di varcare un abisso con la strategia dei piccoli balzi e dei passi timorosi, convinti così che - senza slancio - si possa evitare di precipitare nel vuoto.
17.11.06 14:03 - sezione parole
il 17 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
tonii ha scritto:

ineccepibile
ogni parola

il 17 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
turco ha scritto:

Sottoscrivo.

il 17 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Claudio ha scritto:

Avete visto l'intervista a Giovanni Lindo Ferretti? mi ha lasciato stupefatto.

il 17 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Claudio ha scritto:

Posto anche il link

http://www.la7.it/news/videorubriche/dettaglio.asp?id=651&tipo=13

se uno come lui vota centro-destra vuol dire che davvero c'è un corto circuito nel sistema....

Terra, qui abbiamo un problema!!!

il 17 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

giovanni lindo ferretti e' un egocentrico ed un clericale.

il 17 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Claudio ha scritto:

già il fatto che si lasci intervistare da Ferrara la dice lunga...

il 17 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Carolina ha scritto:

lungi da me polemizzare. ho solo sentito, anche riferito da israeliani, che il senso dell'inutilità del confronto con i palestinesi è anche dovuto al fatto che si muove sempre un'enorme macchina militare in luogo di fare operazioni "d'intelligence" (per fare un esempio concreto, sempre che io abbia capito, ciò vorrebbe dire che due persone con una piccola postazione "portatile" per lanciare Katyuscia sono in qualche modo più "agili" per così dire, e forse più "sicuri" anche, di un esercito in genere e di quello israeliano in particolare, oltre a tutto quel che accade nel corso di queste operazioni).
e questo pare che causi sia il sentimento di crisi profonda, sia un senso di esacerbamento purtroppo anche a volte a discapito delle istanze di pace e di progresso, sia, infine, un drenaggio delle risorse economiche d'Israele con conseguenti ulteriori problemi sia sociali, sia economici.
sempre se ho capito qualcosa.
Carolina

il 17 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Carolina ha scritto:

ah, e politici. sorry per la mia sorta di "memoria rateale" di oggi.
Carolina

il 18 Novembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Antonio ha scritto:

Non capisco e Bidussa e voi altri dovreste spiegarmi, come si può conciliare il suo discorso condivisibile su un paese in pericolo e inconsapevole di questo pericolo perché frastornato dagli eventi e guidato da una classe politica avventurista, con la richiesta omertosa di ulteriore silenzio e di tenere premurosamente spenti i fari.

Le manifestazioni di oggi non sono troppo, sono troppo poco.

Di riflessioni sentite e profonde ne abbiamo ascoltate spesso in questi anni. Ma non possono essere, come spesso invece è stato, uno strumento di dilazione rispetto all'intervenire. Una barriera per schermarsi dalle critiche e dalla realtà, alimentando un cordone protettivo che favorisce gli elementi più irresponsabili dentro Israele e nell'area.

A parte la disamina scrupolosa della stratificazione che compone il contesto, cosa si propone? La presa di posizione congiunta di Italia, Francia e Spagna, che pure chiede poco più del minimo, è stata appena rigettata sdegnosamente.

Quindi? Conserviamo lo status quo? Non si può fare perché non è uno stato di equilibrio, ma scivola progressivamente verso il peggio.

Quanto a Beit Hanoun io ho preferito non parlarne. Perché creare l'episodio quando appena si discosta dalla quotidianità costante? La media dei decessi negli ultimi mesi è di 2-3 al giorno: poi di tanto in tanto c'è il botto che di colpo attira l'attenzione, permettendo di parlare di eccezione, di errore, di drammatizzazione strumentale, di tragedia imprevista.

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