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«A politician, you know the ethics those guys have. It's like a notch underneath child molester» (Woody Allen)
Due destre, due sinistre e niente classe dirigente
Da sabato ciò che è stato rimproverato alla sinistra è vero anche per la destra. Dunque abbiamo due destre. Con uno specifico che rende la situazione a destra più complicata: a destra, infatti, attualmente la maggioranza si colloca con la componente più radicale. C’è una crisi del sistema politico in Italia. Essa non riguarda la composizione del Parlamento e forse nemmeno la necessità di varare una riforma elettorale che riesca a durare identica a se stessa per più di due legislature. Certo una legge elettorale più razionale aiuterebbe, ma non è questo il punto.

Il punto è che usciti dalla prima Repubblica, noi abbiamo affidato le nostre sorti a un disegno politico che prometteva stabilità e capacità di governo perché fondato su un’ipotesi bipolare che tutti abbiamo accolto come lo strumento che ci avrebbe portato in tempi rapidi e certi verso un sistema che comunque e dovunque andasse – a destra o a sinistra – avrebbe dovuto premiare le forze moderate; essere capace di tenere le ali estreme insieme ai rispettivi moderati; garantire governabilità al paese. Dodici anni dopo ci ritroviamo: un sistema bipolare solo di nome; una incertezza dei poli moderati; la prevalenza delle estreme; l’egemonia di un discorso populista e antipolitico.
Tutta colpa del bipolarismo? La questione investe il profilo di una classe politica. Dove e come si forma e di quali competenze si dota.
La Prima repubblica ha prodotto due generazioni di politici: la prima, quella dei fondatori, univa spesso competenza a passione politica. La seconda univa tecnica politica a funzionariato. La prima era più ideologica ma la seconda lo è stata maggiormente nei comportamenti. E’ proprio lo squilibrio tra competenza a ideologia ad aver prodotto la crisi degli anni ‘ 80 e ’90 e aver dato spazio al mito della società civile, del “cittadino prestato alla politica” a lungo accreditato come il toccasana.
Quell’entusiasmo nasceva dal culto del “fare” contro quello del “pensare”; dalla convinzione che la società civile esprimesse competenze fondate sulla razionalità e che fosse connotata da un senso della responsabilità e “del servizio” che ingenerosamente nessuno era disposto a riconoscere ai politici.
Quel ciclo è finito. Nel frattempo non si è prodotta ancora una classe dirigente. Per questo la demagogia della piazza è tornata a prendere la mano.
Tuttavia una classe dirigente non si improvvisa. Si connota su competenze tecniche che si costruiscono solo sulla base di scuole per l’alta amministrazione che in Italia continuano a mancare e con una visione del futuro che non è il risultato di un’ideologia di partito, (come insegna la vicenda Ségolène Royal e ancora prima la parabola politica di Tony Blair). Nasce da un confronto interno serrato, duro, che si misura con i problemi reali, prima di tutto dentro il proprio schieramento e poi con gli avversari. Un confronto che obbliga a rinnovare un linguaggio politico, il proprio prima di tutto e a dare spazio alle competenze e alle risorse nuove.
I partiti non si fondano in piazza. Chi lo dice non crede alle forme democratiche della politica moderna. Oppure pensa che la politica sia un fatto ludico. Il problema del ceto politico di domani resta per chiunque voglia tentare per davvero il rinnovamento della politica in Italia. Questa è la sfida che abbiamo per intero. Nessuna mossa tattica o ad effetto, accorcerà i tempi.
06.12.06 10:54 - sezione parole
il 06 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Gabriele ha scritto:

C'e' un articolo sul Corriere che spiega perche' il sistema della classe politica e dei dipendenti pubblici non funziona.

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/12_Dicembre/06/giavazzi.shtml

Nonostante ci siano tantissime persone preparate e lavoratrici (maricascella), il sistema non funziona perche' i cittadini non sanno distinguere chi lavora bene da chi lavora male.

Se i cittadini sapessero che ci sono dei dipendenti pubblici che impiegano 3 mesi per svolgere una pratica ed altri che ne impiegano 3 giorni, la produttivita' della pubblica amministrazione aumenterebbe e gli sprechi si ridurrebbero. Questa prativa e' d'uso nei paesi nordici.

Cosa ne pensa maricascella in proposito?

il 06 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Moreno Puiatti ha scritto:

Caro Gabriele,
ti parlo per esperienza avendo lavorato in gruppi privati, anche grandi: è un problema di tutte le aziende quando superano un certo numero di dipendenti distinguere chi lavora da chi no.
Solo nella piccola azienda artigiana a conduzione familiare o con l'imprenditore padre-padrone che sta all'interno dell'azienda c'è un certo controllo, appena inizi ad avere un'organizzazione gerarchica grande, con dirigenti, amministratori delegati, etc. il controllo è più difficile.
L'approccio tayloristico lo si è quasi abbandonato, ma è l'unico che possa permettere un certo controllo. Attualmente i dirigenti in Italia l'hanno abbandonato gestendo il sistema azienda con le pubbliche relazioni, insomma il trionfo dei lacchè.

il 06 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Moreno Puiatti ha scritto:

Comunque l'articolo di Giavazzi segnalato da Gabriele fa il paio con quello de L'Espresso di questa settimana in cui si sottolinea che forse DUE MESI E MEZZO DI FERIE ESTIVE ALL'ANNO SONO ECCESSIVI PER I MAGISTRATI (anche visti gli stipendi), poi ci si lamenta che i tempi dei processi sono lunghi.

il 06 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Gabriele ha scritto:

Moreno,
condivido solo in parte la tua critica delle societa' di grandi dimensioni.
Anch'io lavoro in una grande azienda, ma non ho il posto di lavoro garantito. Questo, credo, mi renda abbastanza produttivo. Infatti, se quando mi chiedono di fare una cosa gli rispondo che la faro' in 120 giorni mi spaccano la faccia (metaforicamente). Ma allo stesso tempo mi premiano se faccio bene.
Se c'e' una buona cultura, anche le organizzazioni grandi possono essere ottime, come e' dimostrato dalle amministrazioni pubbliche dei paesi nordici (Germania inclusa che e' piu' grande di noi).

il 06 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Moreno Puiatti ha scritto:

Gabriele ammetto di aver fatto un po' di tutta l'erba un fascio, intendevo comunque soprattutto chi è in posizioni "alte" e garantite nelle grandi organizzazioni e che vive di rendita senza rischiare nulla e forse anche sulle tue spallucce.
Manca nelle grandi organizzazioni (per mia esperienza diretta) un controllo vero di gestione delle varie componenti, o meglio si chiude un occhio su certi affarucci sporchi che sembrano essere avvallati dai piani alti ai piani intermedi perchè "così fan tutti".

il 06 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Gabriele ha scritto:

Moreno, sono d'accordo con te. Manca la cultura della trasparenza e dell'oneta' proprio perche' "cosi' fan tutti".

E' questo il problema. Senza forme nuove di controllo e di repressione la mentalita' del "cosi' fan tutti " ci portera' alla rovina.

Ma questo e' il paese dei condoni e degli indulti.

Il paese della mancanza di serieta'.

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