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La memoria di Piazza Fontana
A circa quarant’anni distanza dal quel venerdì 12 dicembre 1969 il problema non è più solo chi si ricorda, ma soprattutto come si ricorda. I dati che emergono da una ricerca promossa dalla Provincia di Milano e realizzata dall’Istituto Piepoli e dalla Fondazione Isec di Sesto S. Giovanni, presentata mercoledì nell’anniversario della strage di Piazza Fontana sono sufficientemente chiari. Su 1024 giovani tra i 17 e i 19 anni (ovvero il triennio della scuola secondaria) coloro che riescono a collocare quegli eventi (chi li commise, e che cosa significarono) sono sempre meno; coloro che riescono a ricordare i mandanti, costituiscono un’eccezione.

Ma a ricordare di più sono gli studenti dei licei rispetto a quelli degli istituti professionali e coloro che ne hanno sentito parlare in famiglia. E’ in netto calo coloro che ne hanno sentito parlare dalla televisione, dai giornali, comunque dai mass media. Resta dunque una memoria, ma sempre più incerta e vaga.
La richiesta è che ne parlino gli insegnanti, ovvero che sia la scuola a farsene carico.
Potrebbe apparire una domanda legittima. Eppure lo è solo parzialmente. Perché rimanga la memoria di qualcosa occorre che ci sia un rituale pubblico, un luogo riconosciuto una consapevolezza dello scarto tra prima e dopo. Non è sufficiente né civico “passare la mano” all’insegnante, pensando a una sorta di “fai date didattico”.
Il 12 dicembre è un evento senza un luogo riconosciuto, senza un rituale pubblico, dove da anni il Sindaco di Milano non va perché quei morti sono avvertiti come ingombranti, dove i famigliari delle vittime sembrano essere percepiti come un ingombro e dove la memoria è ancora lacerata da due lapidi, una accanto all’altra, che riguardano l’anarchico Giuseppe Pinelli. Un altro cadavere ingombrante e con cui è difficile fare i conti.
Quella del 12 dicembre 1969 è una guerra della memoria, non risolta, lasciata al ricordo del famigliari, e dove le istituzioni non intervengono, per imbarazzo, per malessere e forse anche per noia. E’ così sorprendente che alla fine rimanga buco nero?
15.12.06 11:32 - sezione parole
il 15 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
achab ha scritto:

Walter Benjamin parlava di "redenzione" per il passato. Una prospettiva influenzata dalle sue origini ebraiche. Avrebbe dovuto succedere qualcosa nel futuro, ma anche nel presente che salvasse gli eventi dall'oblio. Questo qualcosa evidenemente non sempre succede. E allora l'erosione del tempo diventa inevitabile. Se a scuola in quei giorni nessun insegnante dice che giorno è, cosa è successo, perché non si può dimenticare, se a casa, a tavola nessun genitore ricorda, se in tv si smette di fare approfondimenti, di dedicare puntate di programmi, piuttosto che altro. Se noi stessi, per esempio qui su OMB (ho segnalato io la cosa, ma se no, non so se alberto ne avrebbe parlato) non ci impegnamo a dedicarvi un post. Se tutto questo, insomma, viene dato per "scontato", il passato muore. Non è redento. Una lapide è come un fiore: va innaffiata, per farla sopravvivere.
Intanto domani notte, ricordatevi che qualcuno fu definistrato. E che magari potrebbe essere il caso, anche qui, di fare un po' di "storia" e ricordare cosa accadde, chi era Pinelli, e chi era Valpreda. E cosa gli accadde.

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