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«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
Black Book
binario loco “Puntuale come la morte e le tasse”, ecco il film dell’anno dedicato alle tematiche dell’olocausto e della seconda guerra mondiale. Sbarca nelle nostre sale a poca distanza dalla giornata della memoria, forte del battage pubblicitario dell’anteprima veneziana e delle seguenti polemiche sul presunto revisionismo storico del regista olandese Paul Verhoeven. Revisionismo o meno, la materia è trattata con i tempi e lo stile del film spionistico d’azione, con buona pace di riflessioni e commemorazioni. Diciamolo subito però: Black Book dura due ore e venti, ma è come non sentirle. Azione senza sosta, tradimenti e tanti colpi di scena lo rendono fondamentalmente godibile e mai noioso, sicuramente più leggero e veloce della media dei film di genere. Ma Verhoeven calca troppo la mano, gira il film con i toni e i tempi della fiction e condisce con assurdità e uno spiazzante tocco di humour tematiche che non ne hanno mai suscitato.
È l’aspetto più evidente e deformante dell’opera, questo suo divagare fra scene di sesso particolarmente esplicite e sequenze d’azione un tantino esagerate, prima di arrivare ad affrontare il tema del film. E così la storia dell’ebrea olandese rimasta senza famiglia e costretta a vendere il suo corpo per fare la spia tra le fila dei tedeschi, al soldo della resistenza, è infarcita di dialoghi ammiccanti, stile “umorismo a luci rosse” e fughe rocambolesche a ritmo di humour nero.
D’altronde il regista è quello di Basic Instinct (e RoboCop – figuriamoci!): e allora giù con i nudi integrali forzati e ostentati, con le scene di sesso e con stonature irreali ed esagerate. Così, della bella, scaltra, fredda e opportunista spia olandese (interpretata da una comunque brava Carice Van Houten) lo spettatore impara a riconoscere – suo malgrado – prima la pregevole fattezza della curve e poi i lineamenti del viso.
Insomma, se si voleva parlare della resistenza olandese e degli ultimi anni del conflitto, scegliere un tono meno spettacolare sarebbe stato opportuno. Il film strizza palesemente l’occhio allo spettatore meno affascinato dal dramma umano e più dalla trama di spionaggio: un ibrido furbetto e ingannatore, che punta più al botteghino che alla Storia.

Genere: Basic Instinct incontra 007 nell’Olanda anni Quaranta.
Consigliato: a chi cerca facili emozioni travestite da film serio.
Sconsigliato: a chi ha amato Schindler’s List.
03.02.07 09:19 - sezione binario loco
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