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«A politician, you know the ethics those guys have. It's like a notch underneath child molester» (Woody Allen)
La tragedia del Darfur si piuò bloccare con un gesto clamoroso
Improvvisamente, dopo molto tempo, il Darfur – la regione occidentale del Sudan dove da almeno quattro anni infuria una guerra dai molti volti (civile, etnica, sociale) – è tornato sulle pagine dei giornali. Non è detto che ci resterà per molto. Perché i conflitti quando nascono “dimenticati” difficilmente riescono a imporre la loro presenza nell’opinione pubblica. In quel caso, infatti, prima ancora che i dati ingenti e rilevanti dei morti, un’opinione pubblica deve cercare di dare risposte non alle cause del conflitto, ma a quelle del proprio disinteresse. In ogni caso è un bilancio imbarazzante. I numeri della guerra nel Darfur sono abbastanza scarni: almeno 300.000 civili morti; almeno 2.500.000 di persone che hanno cercato rifugio nei campi profughi. Poi una sequenza di atti pubblici dall’embargo delle armi, al divieto di sorvolo dl cielo dl Darfur, fino alla definizione di una lista di 51 criminali per atti contro l’umanità hanno dato l’illusione o la sensazione che la Comunità internazionale esistesse, avesse una voce in capitolo.

La realtà è molto più complicata, a cominciare dalla posizione assunta dalla Cina, che di fatto difende il governo sudanese. L'ultima uscita pubblica del presidente sudanese Omar el Bashir in una conferenza stampa a Pechino, dove si trovava per il vertice Cina-Africa è stata il 2 novembre 2006 ed era la richiesta affinché l'Onu non inviasse truppe in Sudan. Il primo dato è dunque il fatto che non c'è un fronte internazionale disposto a muoversi unitariamente e concordemente.
In altre occasioni questo aspetto non ha impedito che si producesse egualmente un'azione di politica internazionale, per esempio in Kosovo. E tuttavia la questione del Darfur è molto più complicata.
Nonostante la richiesta di Alpha Omar Konaré, ex presidente del Mali e ora presidente della Commissione dell'Unione Africana, già avanzata nel marzo del 2006 e ripetuta ancora il 28 gennaio 2007 nella giornata di apertura dell'ottavo vertice dell'Unione Africana (UA), ad Addis Abeba, in Etiopia, l'intervento in Sudan non ci sarà. Non solo perché il Sudan non lo accetta, ma anche perché nessun in Occidente vuol rischiare l'ipotesi di un nuovo conflitto di civiltà dopo la scelta irakena.
Con il che si dimostrano almeno due cose:
1) il conflitto di civiltà non c'è, giacché è propria dell'ipotesi di chi sostiene il “conflitto di civiltà” immaginare il confronto come irriducibile, privo di convenienza politica, anzi come inizio di una nuova politica che fa della scelta di intervento la decisione della “battaglia ultima”. Su quella strada non ci sono scelte di convenienza. Ci sono solo guerre giuste o ritenute tali;
2) la scelta per il conflitto di civiltà esclude l'ipotesi di altre scelte politiche. Anzi le rende non percorribili.
Ammesso che il Darfur rimanga sulle prime pagine dei giornali e nella coscienza pubblica, forse si farà strada l'ipotesi di un intervento umanitario. Ma quella ipotesi, di per sé non peregrina, passa per un accordo con il governo di Kartum e questo non sarà possibile senza l'assenso del suo protettore ovvero Pechino.
Il che in altre parole significa che solo l'ipotesi più radicale - ovvero la riapertura di un tavolo per la pace - consentirà che si smuova qualcosa. Ma questo non è all'ordine del giorno. Perché lo sia, perché Pechino abbia la convenienza a premere sul suo alleato, oggi forse occorre un gesto clamoroso, o almeno la possibilità di un gesto clamoroso. La prima occasione è “Pechino 2008”, ovvero i giuochi olimpici. Ammesso che qualcuno pensi una qualche forma di protesta clamorosa (ma di fronte alla dimensione del “colosso cinese”, sembra alquanto improbabile), all'orizzonte non si intravede una qualche soluzione che blocchi la tragedia in atto.
Non sono più i tempi di Mosca 1980, quando il boicottaggio delle Olimpiadi fu nei confronti di un gigante malato. E comunque non si intravede nessuna “diplomazia creativa dei movimenti”.
24.03.07 02:11 - sezione parole
il 24 Marzo 2007 (quando OMB accettava i commenti)
marco ha scritto:

boicottare le olimpiadi in Cina per il Darfur (ma cazzo, e il Tibet?)...
Bene, poi boicottiamo ogni evento in Russia per la Cecenia
Ogni evento negli Usa per (mettetevi comodi): Iraq, Afghanistan, Palestina, Haiti, Colombia, Guatemala, Guantanamo, Kosovo, Posada Carriles, Sanchez de Losada, Calipari, Cermis, ecc ecc
Ogni evento in Gran Bretagna per Kosovo, Iraq, Afghanistan
Ogni evento in Lichtenstein perché il granduca è uno stronzo.
E via di questo passo.
La prima occasione per il Darfur non è Pechino 2008, ma è Pianeta Terra 2007. Non credo sia colpa della Cina se Washington manda soldati in Iraq e non in Darfur. Senza contare che non sono tanto i soldati da mandare, quanto quelli da togliere a importare. C'è una guerra civile in atto? Succede anche in Sri Lanka, nelle Filippine, nel Sahara, in Myanmar, in India e in mille altri posti. Bloccare le guerre è possibile solo quando entrambe le parti lo vogliono, o quando si è in grado di costringerle a farlo. O si costringe con la violenza (e in genere non si cava un ragno dal buco), o si costringe con benefici materiali (soldi, per lo più). Proviamo a immaginare una spedizione militare in Darfur capace di "pacificare" e facciamo un bilancio finanziario presuntivo. Tiriamo fuori la metà esatta e spendiamola in Darfur per acqua, cibo, sanità, istruzione (e i conseguenti posti burocratici, che pagheremo bene). Suppongo funzionerebbe molto meglio che non il boicottaggio di... Pechino!

il 24 Marzo 2007 (quando OMB accettava i commenti)
giodi ha scritto:

La Cina da diversi anni sta "occupando" in Africa uno spazio geopolitico lasciato libero da tutti gli altri.

Ci sono centinaia di migliaia di cinesi (alcuni sussurrano galeotti in stato di lavori semi-forzati) a lavorare in Africa in varie opere di cooperazione o di costruzione di infrastrutture, le ambasciate cinesi sono nei posti piu' inpensabili e sembrano delle astronavi atterrate fresche fresche da un altro pianeta. Ovunque ci siano risorse energetiche o materie prime in Africa ci sono per primi i cinesi, e anche dove le materie prime non ci sono, loro sono comunque là, perché non si sa mai, potrebbe tornare utile un domani. (In Guinea Bissau per esempio hanno appena consegnato un palazzo del parlamento nuovo di zecca ai guineesi, e la Gunea bissau esporta solo anacardi).

Non sapevo che fossero anche coinvolti in Sudan, ma certo non mi stupisce!

il 25 Marzo 2007 (quando OMB accettava i commenti)
nicomarti ha scritto:

Caro David,sarò sintetico; seguo il conflitto del Darfur sin da quando il solo "Internazionale" e l'Economist ne parlavano. Ahimè constato che ad oggi in Italia non ne parla quasi nessuno - men che meno il Ns stimato Ministro degli Esteri - con grande colpa però poichè, senza lasciarsi andare ad inutili recriminazioni dell'amico che dice allora la Cecenia? sacrosanto del resto, così facendo e lasciando tutto all'oblio si diventa nel ns piccolo correi. Facciamo tutti quanti in modo che si levi un civile e composto moto di indignazione per ciò che sta accadendo perchè non è più possibile tacere di una strage che si consuma quotidianamente. Nico

il 25 Marzo 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

Perchè si continua a dire che "la realtà è complicata"? La realtà è molto semplice. Basta spiegare il motivo per cui la Cina "di fatto difende il governo sudanese": che è - indovinate un po'! - il petrolio (La sete di petrolio della Cina prolunga il genocidio in Darfur
http://www.gfbv.it/2c-stampa/04-1/040909it.html). Ma dai?!
Troppo facile, però, dare la colpa esclusivamente al governo sudanese e alla Cina. Se il motivo dell'interesse è uno solo (il petrolio, appunto), gli interessati sono molteplici: "Newly discovered resources have made Sudan of great interest to U.S. corporations. (...) the Sudanese government has retained its independence of Washington. Unable to control Sudan’s oil policy, the U.S. imperialist government has made every effort to stop its development of this valuable resource. China, on the other hand, has worked with Sudan in providing the technology for exploration, drilling, pumping and the building of a pipeline and buys much of Sudan’s oil." (http://www.workers.org/2006/world/darfur-0608/)
Traduzione: il Sudan, "nazione araba riottosa alla sottomissione, solidale con l’Iraq fin dal 1991, amica della Cina, di Cuba, del Venezuela" (http://www.sottovoce.it/cms/printart.php?id=28&area=2) è la gustosa torta su cui la Cina ha già messo le mani, e sulla quale anche gli USA (e non soltanto loro) vorrebbero metterle. Ed ecco perchè i cosiddetti "diritti umani", spazzati via col napalm in Iraq, tornano ad essere ipocritamente evocati per il Darfur.
Come al solito, del genocidio non frega una mazza proprio a nessuno.

il 26 Marzo 2007 (quando OMB accettava i commenti)
turco ha scritto:

E' così. S'interviene dove conviene. Si lascia massacrare anche, dove conviene. Si contestano i massacri che convengono. S'ignorano quelli che non fanno comodo. Tra qualche anno ,come adesso "piangiamo" il Ruanda, spruzzeremo qualche lacrimuccia per altri massacri che abbiamo così distrattamente trascurato. Là nei nostri bei bar, consumando happy hours. "Oddio è successo a due passi da noi....non ce ne siamo resi conto....!" ma vaffanculo che umanità di mmmerda!

il 26 Marzo 2007 (quando OMB accettava i commenti)
turco ha scritto:

Devo dire un'altra cosa: l'esiguità degli interventi su questo argomento la dice lunga.
Altri massacri hanno ben diversa risonanza. It's al marketing. Triste.

il 26 Marzo 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Tonino ha scritto:

L'utilizzo della tragedia del Darfur a fini di espediente strumentale per divergere l'attenzione da altri conflitti è RIBUTTANTE. Non posso che concordare con Turco, it's all marketing. E fino a che la motivazione prevalente di interesse sarà questa c'è poco da sperare in una mobilitazione positiva su questo problema.

Cosìccome l'intervento in Iraq e avvenimenti seguenti hanno compromesso profondamente la possibilità di intervenire con autorevolezza di fronte a questi casi, oltre a renderlo più difficile per una questione anche solo di opportunità, come fa notare Bidussa.

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