La guerra e la paura
Robert Fisk
Il paese non è in guerra. È l’esercito americano ad essere impegnato in un conflitto in Iraq.
C’è una enorme differenza tra l'università del Cairo e il campus di Valdosta nel profondo sud degli Stati Uniti. Li ho visitati entrambi la settimana scorsa e ho avuto la sensazione di compiere un viaggio a bordo di una triste navicella spaziale - o magari sulla macchina del tempo - con appena due remote costellazioni a guidare il mio cammino. Una ovviamente si chiama Iraq; l'altra si chiama Paura. Hanno molte cose in comune.
Il dipartimento di scienze politiche dell’università del Cairo è diretto dalla dottoressa Mona El-Baradei - sì, proprio la sorella del responsabile dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica - e i suoi studenti, per lo più giovani donne quasi tutte con il velo, alla fine della mia conferenza sui fallimenti del giornalismo in Medio Oriente hanno coscienziosamente scritto le loro domande. «Perché voi avete invaso l’Iraq?», era una delle domande. Non mi è piaciuto il «voi», ma la risposta è stata: per il «petrolio».
«Cosa pensa del governo egiziano?». Quando ho sentito questa domanda ho guardato l'orologio. Mi sono accorto, ho detto agli studenti, che ho appena il tempo di correre all'aeroporto del Cairo e di imbarcarmi sul mio volo prima che gli uomini dei servizi segreti di Hosni Mubarak sentano la mia risposta.
Risate nervose. Beh, ho detto, le nuove modifiche costituzionali volte ad accogliere nell'ordinamento la legislazione di emergenza e l'arresto dei seguaci dei Fratelli Musulmani non mi sembra che vadano nella direzione della democrazia.
E ho dato una scorsa all'elenco del Dipartimento di Stato americano sugli arresti arbitrari da parte degli egiziani, sulla tortura diventata una pratica comune e sui processi senza garanzie. Non vedo come la polizia locale potesse fare molto visto che la condanna veniva dagli amici americani di Mubarak. Ma è stato un momento puramente simbolico. Questi studenti allegri e intelligenti volevano vedere se avrebbero ascoltato la verità o se invece sarebbero stati sommersi dalle solite banalità sulla inarrestabile marcia dell'Egitto verso la democrazia, sulla sua stabilità - rispetto al disastro dell'Iraq - e sul suo presunto, travolgente successo. Nessuno dubita che i ragazzi di Mubarak chiudano un occhio sugli studenti egiziani.
Ma le domande che mi sono state rivolte a conferenza finita erano quanto mai esplicite e indicative. Perché «noi» non ce ne siamo andati dall'Iraq? Abbiamo intenzione, sempre «noi», di attaccare l'Iran? Credevamo veramente nella democrazia in Medio Oriente? Di fatto la «nostra» ombra aleggiava su questi giovani.
Trenta ore dopo ho acceso il televisore nella mia stanza d'albergo a Valdosta, Georgia, e ho visto una signora tutta ingioiellata sul canale della Fox che diceva ai telespettatori americani che se «noi» ce ne fossimo andati dall'Iraq, i «jihadisti» ci avrebbero inseguito fino a casa. «Vogliono un califfato in grado di conquistare il mondo intero», urlava la signora commentando un servizio in cui due bambini erano stati deliberatamente fatti salire su un'autobomba irachena che poi era saltata in aria.
Continuava a sbraitare dicendo che i «jihadisti» musulmani facevano queste cose «sin dagli anni 70 in Libano». Naturalmente sono tutte sciocchezze. I bambini non sono mai stati fatti salire sulle autobomba a Beirut - e non c'erano «jihadisti» nella guerra civile libanese degli anni '70. Ma il seme della paura era stato piantato. Ora che la Camera dei Rappresentanti sta parlando di ritirare le truppe americane entro l'agosto del 2008, negli Stati Uniti la paura e' palpabile e dilagante.
Nella cittadina di Tiger, Georgia, si dice che Kathy Barnes interroghi gli astri perché teme per la vita di suo figlio, il capitano Edward Berg della quarta Brigata, Terza Divisione di Fanteria degli Stati Uniti, in Iraq per la seconda volta, questa volta nel quadro della famigerata operazione «rinforzi» voluta da George Bush. L'ultima volta che è stato in Iraq, la signora Barnes ha visto un serpente morto e l'ha considerato un cattivo presagio.
Poi ha visto due oche canadesi che volteggiavano sugli alberi. E questo l'ha considerato un buon presagio. «Una mente razionale fa questo gioco in tempo di guerra», ha eloquentemente sottolineato l'Atlanta Journal-Constitution. «Il rombo di un tuono diventa un messaggero, il canto di un uccello una profezia».
Gli studenti del dott. Michael Noll a Valdosta sono intelligenti e brillanti quanti quelli della dottoressa El-Baradei al Cairo. Hanno ascoltato la medesima conferenza che avevo fatto in Egitto e mi è sembrato che condividessero molte delle medesime paure riguardo all'Iraq. Ma quella stessa mattina nel corso di un drammatico seminario rivelatosi una penosa esperienza, una giovane è stata colta da un vero e proprio accesso di rabbia. Se «noi» ce ne andassimo dall'Iraq, ha detto con voce tremante, i jihadisti, i «terroristi», potrebbero venire qui in America. Ci attaccherebbero proprio qui in patria.
Preso da un senso di frustrazione ho sospirato. Ascoltavo la sua voce, ma era anche la voce della donna della Fox TV, la ripetuta, disperata fantasia di Bush e Blair: che se dovessimo fallire in Iraq, «loro», il mostruoso nemico, sbarcherebbero sulle nostre spiagge. Ogni giorno sui giornali americani leggo la stessa «paura» trasformata in irrazionalità. Luke Boggs - Dio, mi piacerebbe quella firma - annuncia nel suo giornale locale: «Lasciate marcire i terroristi a Guantanamo. E lasciate che gli europei... strepitino. Noi siamo una nazione seria, una nazione impegnata nella faccenda seria di cercare di uccidere o catturare i cattivi prima che ci facciano ancora del male». Luke Boggs definisce i prigionieri di Guantanamo «jihadisti intransigenti».
E mi rendo conto che la ragazza del seminario del dott. Noll non sta gridando a destra e a manca queste sciocchezze sui jihadisti pronti a partire dall'Iraq per arrivare in America perché è una sostenitrice di Bush. È solo spaventata. Ha veramente paura di tutti gli allarmi sul «terrore», della presunta minaccia dei «jihadisti», del codice rosso e del codice viola e di tutti gli altri colori della paura. Crede nel suo presidente e il suo presidente ha fatto il lavoro di Osama bin Laden al posto suo: ha spezzato lo spirito e il coraggio di questa giovane donna.
Ma l'America non è in guerra. Non ci sono black-out di corrente elettrica nel verde, caldo campus di Valdosta con i suoi edifici in stile spagnolesco e la piccola, bellissima chiesetta. Il cibo non è razionato. Non ci sono rifugi anti-aerei né bombe né jihadisti che minacciano questa gente timorata di Dio. Sono i militari americani ad essere in guerra, impegnati in un conflitto in Iraq che sta danneggiando in maniera assai più impercettibile il tessuto sociale dell'America.
Fuori del campus ho incontrato un uomo gentile e sensibile, un reduce del Vietnam con due figli medici. Uno è tenente colonnello, cioé a dire ufficiale medico, e questa settimana dovrebbe raggiungere Baghdad insieme ai «rinforzi» voluti da Bush per fare coraggiosamente il suo dovere pur in presenza di gravi pericoli. L'altro è un medico civile che odia la guerra. E ora questi due ragazzi - divisi dall'Iraq - si rivolgono a mala pena la parola.
Il figlio soldato ha telefonato questa settimana dal campo in Kuwait. «Penso che sia spaventato», mi ha detto il padre. Una donna di mezza età mi ha chiesto di autografarle una copia del mio libro che ha intenzione di spedire a suo figlio che si trova a Baghdad con il corpo dei Marines.
È visibilmente preoccupata mentre mi parla di lui. «Sta molto attento», scrivo sul risvolto di copertina al figlio Marines. «E torna sano e salvo a casa».
"una nazione seria, una nazione impegnata nella faccenda seria di cercare di uccidere o catturare i cattivi"
Firmato: Topolino.
Ho fatto una rapida ricerca sul web riguardo all'autore della frase qui sopra (Luke Boggs, aka Topolino): bene, il signor Boggs, non per caso, è il fondatore e direttore esecutivo del ridicolissimo sito americansforwalmart.org, un sito - che si dice indipendente, benchè io abbia i miei dubbi - che si erge nientepopodimeno che in difesa della "libertà d'acquisto" degli americani...!!! Ispirandosi in questo alla catena di negozi al dettaglio dei Wal-Mart Stores Inc, una nota quanto criticata multinazionale americana, fondata da Sam Walton nel 1962, che è "il più grande rivenditore al dettaglio nel mondo ed è la seconda più grande multinazionale, dietro la Exxon Mobil" (http://it.wikipedia.org/wiki/Wal-Mart).
Il nostro eroe si autodescrive come "un fan entusiasta del libero mercato ed un orgoglioso cliente della Wal-Mart"... Ed ecco come spiega la sua missione (traduco alla bell'e meglio):
"Noi crediamo che l'attuale controversia su Wal-Mart verta fondamentalmente sulla libertà. Noi crediamo che gli Americani debbano essere liberi di comprare dove vogliono comprare – ed essere serviti come vogliono essere serviti – senza essere criticati da una piccola ma rumorosa minoranza di critici.
Ci concentriamo su Wal-Mart perchè i critici della libertà d'impresa hanno scelto questa azienda in quanto emblematica di tutto ciò che essi considerano sbagliato riguardo all'America ed al nostro sistema del libero mercato."
http://www.americansforwalmart.org/aboutus.html
Capito il tipo?
Io spedirei lui a Guantanamo.
"Ma l'America non è in guerra. Non ci sono black-out di corrente elettrica nel verde, caldo campus di Valdosta con i suoi edifici in stile spagnolesco e la piccola, bellissima chiesetta. Il cibo non è razionato. Non ci sono rifugi anti-aerei né bombe né jihadisti che minacciano questa gente timorata di Dio."
forse si dovrebbe cambiare profondamente il significato di insegnare e quello di imparare.
qualunque informazione assorbita, inalterata, priva di sfumature, confezionata in carta-verita' forma il pensiero di chi la apprende. e dal pensiero arriva a plasmare anche le emozioni, le reazioni e persino a far leva su alcuni istinti.
questi studenti che paventano tragedie sui campi ben decorati delle loro universita' dovrebbero decostruire e criticare le informazioni che ricevono. da li forse arriverebbero a provare un'altra paura, piu' vera, quella che fa meno comodo ai bushama.