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«A politician, you know the ethics those guys have. It's like a notch underneath child molester» (Woody Allen)
Intervento al Congreso dei DS
Credo che il nostro presente ci consegni una sfida culturale e politica cui non possiamo, né dobbiamo sottrarci: riguarda come rispondere al nuovo entusiasmo religioso, alle identità forti di appartenenza, contro le identità ibride, plurime, molteplici che rappresentano la quotidianità profonda di ciascuno di noi. Di questo vorrei dire in questo mio intervento, secondo le parole del mio mestiere, quello dello storico sociale delle idee. Qualcuno ha detto che questo non è un congresso di addio, di chiusura, ma è una tappa all’interno di un processo. In questo processo si trovano coinvolti individui che hanno storie ed esperienze diverse tutti accomunati da un aspetto: quello di sapere che la propria identità e la propria storia non esauriscono il profilo complessivo di quel soggetto politico cui stiamo lavorando. In breve la consapevolezza di essere contemporaneamente “ a casa” e “fuori casa”; di essere in diaspora e non in esilio. E’ una distinzione importante e su cui torneò in conclusione di questo mio intervento.

Noi viviamo il passaggio alla società multietnica. La multietnicità non è una condizione naturale. Non riguarda il chi compone una società, bensì il come si rapportano tra di loro gli individui che ne fanno parte. La società multietnica non è facile. Ci chiederà di combattere. Prima di tutto con noi stessi, con la storia politica e sociale, con i simboli, con le parole, che noi ci portiamo dentro.

All’inizio della nostra storia sta l’idea di comunità e la convinzione che il domani, la società del futuro, sia una estensione infinita della comunità di cui noi facciamo parte. I grandi partiti di massa del Novecento sono stati questo. Uno straordinario incontro di persone convinte che il futuro non solo li riguardava in prima persona ma quel futuro non sarebbe stato altro che l’estensione numerica di una comunità di cui già facevano parte.
Questo modello è entrato in crisi quando ci siamo resi conto che occorreva prendere in carico la sfida interculturale. Una sfida che consiste nel coniugare un sistema di regole che vincola tutti con il fatto che la presenza di più soggetti obbliga a riconsiderare come tutti insieme stiamo in una società aperta, fatta di attori sociali e culturali differenti, ma che nel tempo si trasformano. Ciascuno e insieme.
“Contrariamente a ciò che in genere credono gli stranieri - ha scritto il politologo inglese Ernest Gellner – una tipica donna musulmana non indossa il velo perché così faceva sua nonna, ma perché sua nonna non lo faceva. Col velo la nipote festeggia la propria appartenenza a quel gruppo, e non la propria lealtà nei confronti della nonna”.
Non vale solo per gli islamici. Nei processi di nuovo entusiasmo religioso non si celebra la continuità di un gruppo, bensì la sua discontinuità. E’ questa discontinuità a rappresentare la sua “contemporaneità”. Come scrive il grande storico Marc Bloch “Gli uomini somigliano al loro tempo, più che ai loro padri.” Così anche per noi.
Abbiamo di fronte a noi due diverse sfide. Sapendole guardare e affrontare contemporaneamente noi saremmo in grado di andare “con il nostro tempo”. Ovvero di rispondere alle questioni che il nostro tempo ci pone.

La prima sfida riguarda il tipo di società che desideriamo per noi e che vorremmo dare in consegna a chi verrà dopo di noi, come risposta alle sfide della globalizzazione e della multietnicità nella nostra società. Possiamo decidere che vogliamo stringere con i nostri nuovi vicini di casa un patto di genetica della salvezza. In questa prospettiva chiediamo loro di smettere di essere ciò che sono; chiediamo loro – perché padroni a casa nostra – di aderire al nostro “Io;. Chiediamo loro di abbandonare la propria storia; Questa non è mai stata la nostra ipotesi.
La nostra ipotesi è stata l’idea che si potesse pensare a una società aperta e dunque a un patto di rigenerazione universale in cui ogni volta, ciclicamente, la nostra società è l’insieme di soggetti diversi che si incontrano e danno vita a nuove sintesi. Quei soggetti sono il risultato e la sommatoria di singole parti che si trasformano, si ibridano e dunque si modificano (senza dimenticare, tuttavia, che dobbiamo fornire i nostri nuovi vicini di strumenti che consentano loro di crescere con noi: ovvero una lingua con cui comunicare, dei servizi per cui la loro vita materiale sia decente, delle scuole per i figli,….).
Dunque noi siamo per il patto di rigenerazione universale.

Ma questa scelta da sola non basta. Noi dobbiamo affrontare una seconda sfida.
Nell’epoca della delocalizzazione, della cultura del “non luogo”, come ha detto l’antropologo Marc Augé, noi dobbiamo scegliere se optare per la dimensione dell’esilio o per quella della diaspora.
Che differenza c’è tra esilio e diaspora? Fisicamente nessuna, si vive in un luogo che non è quello che si sogna. La differenza è mentale ed è rilevante.
Chi è “in esilio” si pensa come un diaframma. Non solo aspira a tornare laddove crede sia il suo passato, riconoscendo a quel luogo la possibilità di continuare a esistere nella storia, ma ha un rapporto fermo con il proprio passato. Per esistere nella storia non si tratta solo di tornare, ma di rifare tutto quello che c’era prima. Pensarsi “in esilio”, significa essere culturalmente impermeabili al tempo. Considerare che le sollecitazioni culturali, i cambiamenti del tempo, il contatto con le culture diverse dalla propria siano una distrazione e un tradimento rispetto alla propria identità
Chi è “in diaspora” si pensa come una spugna. Si trasforma nel tempo, si appropria di molte cose, e le rimescola più o meno coerentemente con ciò che si trasporta dal passato. In una parola si ibrida e si assimila.
Noi dobbiamo essere diasporici per pensare a domani, con la consapevolezza che ciò non significa dimenticare la propria condizione di partenza, ma solo non pensare con nostalgia al proprio sradicamento. Le sfide che riguardano noi nella società multietnica, riguardano noi nella impresa del partito democratico

Per concludere. Decidere non è mai facile. Soprattutto se decidere significa prendere congedo da una parte di sé. Lasciare alle spalle definitivamente qualcosa. La sfida è con quale prospettiva si compie questo passaggio.
Nella esperienza storica delle minoranze che sono transitate per luoghi non propri nel tempo, ogni nuovo spostamento richiedeva che si lasciassero cose perché non tutto era consentito portarsi via. Per mancanza di tempo, ma anche perché si doveva partire con poche cose. Ogni volta si trattava di scegliere. In quella scelta c’era lo strappo dal passato, ma anche la possibilità di trattenere nelle propria memoria quanto più possibile di quel passato. E poi di riconnetterlo, sempre diverso, mutevole, in una nuova condizione. Questa è la diaspora. Non il rifiuto del passato, né l’impossibilità di averne uno, ma l’accettazione serena che il passato non si perde. Si riscrive e si rimodella attraverso le sfide del presente. Talora, forse, anche lo si ritrova, ma mai identico al prima e comunque senza tradirlo. In ogni caso il passato non dice chi siamo, ma è parte di ciò che diventiamo. Ha scritto Vittorio Foa nelle sue memorie: “La nostalgia del futuro è partire dalle cose amate per cercare”.
Non c’è la fine della storia. Ma la nascita di una nuova possibilità. Questo siamo noi oggi. Ed è per questo che siamo qui.
23.04.07 00:31 - sezione parole
il 23 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Beppe Foglia ha scritto:

Dopo questo profondo contributo di Bidussa non posso che rimanere in attesa di un acido, ironico, sconveniente, disarmante commento di Biraghi, lo scompaginatore.

il 23 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
B ha scritto:

Io trovo l'intervento molto ma molto astratto.

Se questo e' il contributo delle nuove leve del nuovo partito...

il 23 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Moreno Puiatti ha scritto:

Un intervento utopico, astratto, idealista, per il "bene", ma che non fa i conti con una cosa concreta: GLI UOMINI NON SONO TUTTI BUONI E APERTI.

il 23 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Moreno Puiatti ha scritto:

Il che non ci impedisce di tendere al bene ipotizzato da Bidussa, ma con gli occhi bene aperti, non bisogna avere "pregiudizi", ma bisogna essere intransigenti con i nostri valori nei "postgiudizi".

il 23 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
alberto biraghi ha scritto:

Beppe, detto e fatto. vedo che hai un account provinciale, quindi resto su un tema che immagino sia caro a te quanto a me.

Se la masnada di arruffoni, incolti, incapaci che abbiamo (prima plurale d'obbligo, condivido la responsabilità di aver mandato Penati e i suoi beneficati ad arricchirsi a palazzo Isimbardi) fatto vincere alle provinciali avesse solo un briciolo del cervello di David - da cui spesso dissento, ma che ascolto sempre a bocca aperta per l'ammirazione - oggi forse non mi toccherebbe essere acido, ironico, sconveniente eccetera.

Sono comunque felice che i maggiorenti veri della politica, a differenza delle inette mezze calzette locali, riconoscano le persone di valore come Bidussa e Ivan e diano loro spazio. Da qui a togliersi dalle palle Penati, Maggi, Matteucci, Terlizzi, Vimercati e compagnia ce ne corre, ma sono comunque bei segnali.

Può andare?

il 23 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
vittorio ha scritto:

Qualcuno mi dice che provvedimenti di sinistra hanno proposto i DS da un anno a questa parte? Il matrimonio con la margherita non può che spostare ulteriormente l'asse verso posizioni distanti dalle esigenze dei lavoratori, precari e non.
Credo che questo sia il momento giusto per tutti gli elettori che vorrebbero una politica di sinistra di rivolgersi altrove.
Io guarderei con interesse la proposta del PdCI di creare una federazione a sinistra assieme a rifondazione e verdi.

il 23 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Fra Laf ha scritto:

Qualche retroscena.L'intervento di David era previsto per le 10.30 di sabato. E' slittato di un paio d'ore, cosi molta più gente ha potuto ascoltarlo. Non è facilissimo, in un contesto come quello, con centinaia di persone ansiose di ascoltare i propri leader, proporre una riflessione come quella. Molti infatti si sono distratti, ma si sono anche pentiti quando Fassino,che certo non può considerarsi una mezza calzetta, nelle sue conclusioni, ha citato Bidussa 3 volte, sapendo che "assomigliare al proprio tempo, più che ai nostri padri" è alla base dell'idea ambiziosa del partito nuovo. Non sempre, ma se ogni tanto noi nani ce ne stessimo tranquilli sulle spalle di giganti come Bidussa e li ascoltassimo, faremmo una cosa intelligente.

il 23 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Pierfrancesco Majorino ha scritto:

David ha fatto un ottimo intervento. Stimolante e non scontato, come sempre.Che non concede nulla e fa pensare.
Avere persone come lui "dentro" la sfida del PD non ci può far che bene.
Il punto è che "il partito che verrà", giusto per parafrasare il mio amico maran, dovrà fare di contributi come i suoi - o per altri versi come quello di Scalfarotto - non un'occasione da giornata congressuale ma semmai un ingrediente permanente.
Fino ad oggi a livello nazionale e locale ci siamo riusciti poco. E credo che la riuscita della scommessa del PD starà non solo ma certamente anche in questo. Nella capacità di offrire opportunità e - perchè no? - anche responsabilità (di direzione politica) a persone come David e Ivan.

il 24 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
pippo ha scritto:

a me sembra, onestamente, l'intervento di una persona competente, ma molto astratto e privo di un asse portante sintattico.

il 24 Aprile 2007 (quando OMB accettava i commenti)
pippo ha scritto:

alcune espressioni sono troppo tecniche, al normale uditore si deve dare qualche dritta per capire, il dualismo diaspora/esilio è la storia degli Ebrei, ma dillo all'uditorio, mica tutti lo capiscono. li fai perdere in un ragionamento di cui non capiscono il senso logico. e non è affatto chiaro il nesso di questa storia, anche se ci può essere, con quella del PCI, perciò se si propone un paragone del genere si deve anche essere assai convincenti nel fornire una spiegazione stringente. e infine: diasporici vorrà mica dire che attraversiamo ogni forma partito anche se non ci piace tendendo a qualcosa che non c'è ma ci sarà? errore blu, dov'è la logica qui? la maggior parte dei militanti è stanziale, si identifica con la sua casa, non con la diaspora. il PCI era il comunismo, il comunismo era la chiesa, la casa, il fine e il mezzo, qui che cosa proponiamo? non è chiaro. ditemi un po' chi è capace di non identificarsi con la propria casa e tendere a un dopo che fatica a intravedere. se glielo spiegano così bene poi, poveri noi. per te può essere naturale, ma per la massa? non lo credo affatto. in molti vedendosi in una casa che non gli piace si sentiranno sempre più turbati e forse abbruttiti.

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