qui giace OneMoreBlog2.31
«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
Il destino nel nome
The_Namesake_THUMBNAIL.jpg In Italia, il 2007 è indubbiamente l'anno del cinema indiano. La prima pellicola Bollywood girata nel Lazio, la sezione speciale dedicata all'India nella prossima Festa del cinema di Roma, la prossima uscita nelle sale del laico e dissacrante Viaggio in India di Mohsen Makmalbaf. In quest'ottica, non può che far piacere riconoscere la qualità de Il destino nel nome - The Namesake, ultimo lungometraggio di Mira Nair presentato per la prima volta al pubblico italiano, proprio in occasione della Festa del cinema di Roma 2006. Dagli anni '90 in poi, uno dei temi preferiti da certa parte del cinema estero è stato quello della rappresentazione dello scontro culturale tra diverse etnie ed in particolare tra i rispettivi rappresentanti emigrati in terra straniera e costretti ad integrarsi con lingue e culture tanto diverse dalla propria. Dal Ken Loach di Un bacio appassionato alla simpatia di Sognando Beckham che ha fatto conoscere al mondo il fascino della sempre più esile e "piratesca" Keira Knightley, sino a piccoli capolavori del genere come My Beautiful Laundrette e Monsoon Wedding, la pellicola più nota di Mira Nair.

Il destino nel nome - The Namesake affronta, in modo capillare, i temi del distacco dalla propria patria e tradizione ma anche il dilemma educativo del come far crescere i figli nati in terra straniera, riuscendo nell'impresa di non risultare mai superficiale, pur conservando un tono leggero. La Nair narra la storia (l'epopea, in un certo senso), iniziata negli anni '70, di una delle tante coppie indiane che, appena sposate (per scelta delle proprie famiglie), scelgono di trasferirsi nel mondo occidentale (nella fattispecie, in questo caso, a New York): l'ingresso in un mondo freddamente (non solo in senso lato) civilizzato e culturalmente tanto diverso da suscitare l'esigenza di mescolare le proprie tradizioni originarie agli usi e costumi del luogo in cui si sono trasferiti, la terra delle opportunità, l'America. È questa la situazione cui devono tener testa Ashoke (Irfan Khan) e la giovane e bellissima Ashima (la famosissima star di Bollywood dal nome sensuale: Tabu), sensibile, vulnerabile e indifesa all'arrivo in America. Il primogenito verrà chiamato Gogol ed è proprio l'omonimia con il geniale scrittore russo de Il cappotto a costituire il leit-motiv del film. Pellicola da vedere senza esitazione. Brillante, armonica ed arricchita da suoni e colori perfettamente abbinati. Un altro piccolo diamante firmato Fox Searchlight (la divisione della Fox dedicata al cinema indipendente a basso budget. E' a loro che dobbiamo Little Miss Sunshine). Una riflessione filmica sui contrasti culturali cui il mondo globalizzato ci condanna da anni. India e Cina rappresentano i due settimi della popolazione mondiale. Impossibile ignorarne la presenza culturale e doveroso iniziare a comprenderla. In ciò, il cinema svolge un compito importante.

genere: etnico
consigliato: a tutti coloro cui è piaciuto "Un bacio appassionato" di Ken Loach
sconsigliato: agli amanti di Horror e Thriller
Internet Movie Database
02.06.07 12:42 - sezione binario loco
il 02 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

mira nair e' una ruffiana: ha creato tutto un genere finto-bolliwood saccheggiando le pellicole indiane.
in realta' si vede benisimo dai suoi film (molto belli i primi ma in veloce declino man mano che e' diventata una regista alla moda) che e' nata negli stati uniti ed ha una cultura cinematografica completamente hollywoodiana.
e' tipico della divisione etnica statunitense: gli italiani DEVONO fare film sugli italiani, gli ebrei sugli ebrei, i negri sui negri, etc etc; tutto cio' viene fatto passare come liberta' invece non e' altro che apartheid espressivo.
detto questo, era ora che si guardasse ai film indiani, magari quelli veri: lunghissimi, pieni di musica e danza e con una fotografia assurda, e' la cinematografia piu' vitale del pianeta.

il 02 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
michele ha scritto:

D'accordo con berja.
Indimenticabile l'esperienza di vedere un film di bollywood in un cinema indiano. A me è capitato più di quindici anni fa in una città del Rajastan. Sala immensa e fatiscente, con gli immancabili ventilatori a pale sul soffitto. Pipistrelli e vari uccelli che si librano dalla platea alla galleria durante la proiezione. Ma soprattutto una festa di popolo. Famiglie, coppiette, bande di ragazzi, ciascuno col suo biglietto, di primo, secondo o terzo ordine.
Per i milanesi, è in corso allo spazio oberdan una rassegna di film indiani, tra cui sarà possibile rivedere i capolavori di Satyajit Rai, il maestro del cinema indiano.

il 02 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
wolverine ha scritto:

Nessuno nega l'americanizzazione della Nair. D'altra parte, se così non fosse, il suo film non sarebbe proprio giunto nelle sale italiane. Non dimenticate il sottaciuto accordo del sistema-cinema italiano nei confronti degli Stati Uniti. C'è da dire, però, che non vivendo a Dublino (ove la cinematografia Bollywood viene distribuita tranquillamente e tutti posso fruirne senza un cine-cane da tartufi) Parigi o New York, è bello che, almeno, vi sia una pellicola che ogni tanto sfugge alla sindrome "Cardiofitness", genere e pellicola da evitare per default.

il 03 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
alberto biraghi ha scritto:

L'ho visto ieri sera e mi sono divertito. Ma il film non mi pare affronti "in modo capillare" alcunché. Per un Gogol privilegiato ci sono eserciti di persone che vivono vite di merda, emarginati, insultati, rinnegati. E pure l'immagine di Calcutta (non l'ho visitata, ma ho sentito tanti racconti di amici che ci sono stati) mi sembra totalmente fasulla. E' una storiella, migliore di tanti stereotipi americani, ma storiella rimane. Bolliwood è ben altra cosa.

il 03 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

a parte dublino e il regno unito, dove il cinema di bollywwod e' distribuito e seguito, se si vive a Roma basta andare in una delle molte videoteche indiane che stanno all'esquilino (via principe eugenio e dintorni), e tentare di farsi benvolere da uno dei negozianti.
le parole di michele fanno tornare alla mente quello che era il cinema farnese a campo de fiori fino ad una ventina d'anni fa, o certe sale periferiche, parrocchiali, etc.
un mio amico di nazionalita' inglese e di etnia incerta (alle volte dice di essere di certe isole dell'oceano indiano, alle volte dice di essere dell'himalaya) mi racconto' l'esperienza "stupefacente" di mangiare in un locale di londra, solo per indiani, tra fumo di sigarette e di cucina piccantissima, partite di cricket su megaschermo e, contemporaneamente, film di bollywood a volume altissimo su altri megaschermi.
a wolverine consiglio di leggere l'illuminante critica di "fronte del porto" fatta da Roland Barthes in "miti d'oggi".

il 03 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
turco ha scritto:

A proposito come s'intitola quel film, per me molto bello, della partita di cricket fra i poveracci indiani del villaggio e i soldati inglesi?

Comunque concordo che i film indiani di 8 ore corroborati da varie tazze di te e ghee o latte per me, sono un'esperienza indimenticabile. Comunque meglio di Heimat di sicuro.

il 04 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
turco ha scritto:

Trovato ecco cosa manca: Lagaan e Water entrambi stupendi.

il 10 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
wolverine ha scritto:

Grazie per la notevole dritta, Berja! ;)

Per Turco: esatto. Pensa che Lagaan (http://www.lagaan.com/), da noi, è uscito nel 2001 con il titolo banale di "C'era una volta in India". :)

Altrove: A - rivista anarchica | Accordo | Anticatechismo | Chan Hon Chung | Ciclistica | Il Deposito | Don Zauker
Gruhn Guitars | Giordano Bruno | Libertaria | Movimentofisso | Brian Setzer | Shel Shapiro | UAAR | Il Vernacoliere