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Medio Oriente, la guerra (sprecata) dei sei giorni
Quaranta anni fa, la mattina del 5 giugno 1967, scoppiava la guerra dei “sei giorni”, un conflitto che ancora non ha trovato una soluzione. La vittoria bruciante sul piano militare non ha prodotto una soluzione definitiva, a differenza di ciò che tutti pensarono allora. La guerra dei sei giorni, al di là di essere un classico da studiare sulla tattica militare, dunque è stata una vittoria di Pirro? L’”Economist” di questa settimana risponde di sì, anzi più precisamente la chiama “una vittoria sprecata”. Saver Plocker, su “Yedihot Ahronot”, il quotidiano più venduto in Israele gli risponde di no (una versione italiana è consultabile alla pagina www.israele.net). Che senza quella guerra non avremmo avuto la soluzione Onu 242 approvata il 22 novembre 1967), inapplicata ma che sanziona il minimo in maniera definitiva: l’impossibilità di dichiarare l’inesistenza dello Stato di Israele; che il Pil è cresciuto da allora del 163% che da 2,1 milioni di abitanti si è passati a 7,1 milioni. Sono tutti dati veri, materialmente incontrovertibili. Sono sufficienti?

Quarant’anni dopo la guerra dei sei giorni la carta geografica del Medio oriente non ha trovato ancora un aspetto definitivo. Lo stesso si può dire della geografia umana.
Questo conflitto ormai è chiaro non riguarda solo una questione di confine, comunque se un tempo era circoscrivibile al tema dello spazio politicamente contrattabile, riguarda come si risolve una lunga inimicizia, e una storia che non è solo quella delle guerre locali, ma anche dell’immaginario che questi quaranta anni hanno prodotto. Per certi aspetti la sfida “Territori in cambio di pace” appartiene a un tavolo di trattative che si è dissolto, o che temporaneamente è stato sospinto sullo sfondo.
“La vittoria sprecata” è dunque una guerra vinta sul campo di battaglia, ma bloccata sul piano degli esiti e completamente modificata dalla mutazione strutturale del sistema di relazioni internazionali. Infatti una guerra nata nel clima della guerra fredda, in cui il confronto era sulle posizioni e sulle linee di faglia dello scontro, solo surrettiziamente diventata nell’immaginario collettivo, quella del conflitto antimperialista, e ora divenuta invece l’espressione di un nuovo conflitto.
E’ un conflitto che a lungo abbiamo guardato come l’opposizione tra occidente e “terzo mondo” tra un pezzo di occidente che lì si era trapiantato, magari espulso da qui, e un pezzo di medio oriente che subiva questa nuova presenza.
Era una spiegazione molto semplicistica già all’inizio perché si basava sulla idea che tutta la popolazione palestinese fosse locale e tutta quella ebraica fosse un innesto occidentale, trapiantato con un atto di forza.
Questa spiegazione è falsa. Per due motivi: 1) Perchè una parte consistente della popolazione israeliana è anche il risultato dell’espulsione dai paesi arabi; 2) perché dopo quattro generazioni tutti i protagonisti di questa storia hanno un loro radicamento in un territorio.
Perciò non si tratta di rivendicare primogeniture, ma di garantire, stabilizzare e far procedere convivenze e di costruire una cultura politica non essenzialistica sul piano della geografia storica. In questo senso la questione israelo-palestinese non è un banco di prova sulle politiche per la pace, è anche un indicatore di quanto oggi la politica democratica sia in grado di pensare le culture ibride, un’idea non naturalista della geografia e della politica e una lettura post-moderna delle identità.
Quaranta anni dopo la “guerra dei sei giorni” chiunque punti a una situazione strabile ha l’obbligo di accompagnare e favorire un atto di giustizia, - quello che i palestinesi abbiano un proprio Stato ed il riconoscimento non solo formale del diritto all’esistenza dello Stato di Israele – ma anche di riaprire un ragionamento su che cosa significhi oggi esprimere una società politica, in un mondo globale. E forse di ricondurre su un territorio di razionalità un conflitto che sembra averla smarrita.
Il problema non è solo che uno Stato palestinese nasca, che quello di Israele abbia frontiere sicure e riconosciute. Perché questo scenario sia possibile non è più sufficiente convincere i due contendenti a sedersi a un tavolo o dimostrare che quella scelta è conveniente. Quella scelta è solo conseguente al rifiuto del conflitto di civiltà. Per questo il problema è la formazione di una nuova classe dirigente. Anzi della nascita di una nuova classe politica.
La soluzione di quel conflitto non è prossima. Dobbiamo saperlo. Quella attuale è una condizione che durerà a lungo. Anche per questo, e non solo per chi allora vinse militarmente, quella è una guerra che nel tempo lungo si è rivelata sprecata.
di David Bidussa
04.06.07 17:41 - sezione parole
il 05 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

lo dico da dieci anni tirandomi appresso gli strali di nazionalisti conto terzi di tutti gli schieramenti: confini del 1967, certi e rispettati (il che vuol dire NIENTE raid aerei e NIENTE attacchi guerriglieri), equi risarcimenti decisi da una commissione indipendente internazionale (hebron vs. deir yassin), divisione EQUA delle risorse idriche e territoriali, obbligo sottoscritto da tutte le parti di rispettare l'altrui diritto pena il ritiro di qualsiasi aiuto straniero (ivi compresi gli enormi finanziamenti statunitensi) e poi vediamo che succede.

il 05 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
sandro ha scritto:

Certo berja e poi per festeggiare coca cola e aspirina per tutti
La disonestà di questa gente (politici intellettuali giornalisti e ovviamente buona parte della gente comune)* arriva al punto di distinguere come buone le risoluzioni onu a proprio favore e nulle tutte le altre

*ps se si fosse parlato di americani un bel "idioti teste di cazzo" sarebbe bastato,per parare (inutilmente) invece accuse di antisemitismo mi vedo costretto a rendere un pò meno generica la definizione di "gente"

il 05 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
un passante ha scritto:

per Sandro:
ti puoi spiegare meglio?

il 05 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
sandro ha scritto:

Parlo dello stato di israele,dell'estabilishment culturale di quel paese,della scandalosa politica e delle scandalose complicità di cui si avvale,parlo delle sedicenti figure illuminate alla OZ o alla Grossman e di come vengano ritenute la faccia presentabile di uno dei regimi più odiosi aggressivi guerrafondai del secolo
...e vaffanculo se "però hanno la democrazia"

il 05 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Daniele ha scritto:

Sandro, prima pi parlare per non dire nulla, pensa

il 05 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

beato te che hai tutte 'ste certezze.

il 05 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Paquero ha scritto:

Secondo me il continuo dichiararsi in perenne pericolo è uno dei pilastri dello stato di Israele. Per questo Israele non può permettersi di vivere in pace, se stabilisse una volte per tutte quali sono i suoi confini come potrebbe poi giustificare le continue incursioni in territori palestinesi e libanesi (vedi rapporti dell'Unifil dispiegati sul confine libanese). La risoluzione Onu 242 del 67 impone il ritiro immediato delle forze armate israeliane dai territori occupati (dopo 40 anni questo non è ancora avvenuto) e il riconoscimento di due stati: Israele e Palestina. Il primo esiste e, come fà notare l'articolo, gode di ottima salute (contando anche dell'appoggio incondizionato degli USA) mentre il secondo non esiste e il popolo palestinese muore di fame giorno dopo giorno a causa dell'embargo israeliano/americano/europeo (dovuto al fatto che i palestinesi hanno liberamente votato un partito sgradito alle nazioni occidentali, della serie la democrazia va bene solo se vince chi piace a noi). Probabilmente questo post non piacerà a molti però la situazione mi sembra che sia in questi termini.

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