qui giace OneMoreBlog2.31
«Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare» (Francesco Guccini)
In USA è tutto pubblico
Negli Usa (paese in cui difficilmente i politici partecipano a scalate bancarie) le carte dell’inchiesta Antonveneta-Unipol finirebbero sui giornali. Come ci finiscono gli atti più segreti del governo (sono esclusi solo i supersegreti di intelligence, attinente la sicurezza nazionale) , che grazie al “Freedom of information act” sono accessibili alla stampa e a chiunque dimostri un interesse pubblico a conoscerli e a divulgarli. Per gli atti processuali, una volta depositati, il segreto cade. E sono accessibili tanto per le parti del processo quanto per i giornalisti: questi fanno richiesta e prelevano copia. Anche se c’è di mezzo qualche parlamentare, che non gode di alcun trattamento o segreto privilegiato. Lo spiega Marco Travaglio su l'Unità.

La pentola e il coperchio
di Marco Travaglio

Chiamo un grande inviato che lavora in America per sapere che accadrebbe lì se alcuni politici fossero sorpresi a scalare banche. E lui si mette a ridere: «Difficilmente in America i politici partecipano a scalate bancarie». Ma poniamo per assurdo che quanto sta emergendo dalle telefonate di Antonveneta-Unipol fosse accaduto negli Usa: le carte dell’ inchiesta finirebbero sui giornali, o resterebbero segrete? Altra risata: «Finirebbero sui giornali, ovviamente. Come pure gli atti più segreti del governo, che grazie al “Freedom of information act” sono accessibili alla stampa e a chiunque dimostri un interesse pubblico a conoscerli e a divulgarli. Solo qualche atto supersegreto di intelligence, attinente la sicurezza nazionale, rimane inaccessibile. Il resto è pubblico. Per gli atti processuali, una volta depositati, il segreto cade. E sono accessibili tanto per le parti del processo quanto per i giornalisti: questi fanno richiesta e prelevano copia. Anche se c’è di mezzo qualche parlamentare, che non gode di alcun trattamento o segreto privilegiato. Qualcuno, politico o privato cittadino, può chiedere la segretazione: per esempio, un miliardario amico di Clinton, Ron Burkle, fece causa a un suo partner e ottenne dal giudice gli omissis sugli atti perché contenevano elementi imbarazzanti per i suoi affari; ma l’editore Bloomberg chiese al tribunale di desegretarli, in nome dell’interesse pubblico: la ottenne e divulgò tutto».
Naturalmente, in America, la legge è inflessibile con le violazioni della privacy e della reputazione: ma se la notizia è vera e di interesse pubblica, tutto il resto non conta. Noi, anche se siamo in Italia, siamo comunque immersi nella comunicazione globale: se anche si facesse una legge che copre tutte le indagini fino al processo, chi potrebbe impedire a qualcuno di pubblicare atti impubblicabili su un sito francese o neozelandese?
Davvero oggi qualcuno può pensare che esista un sistema per nascondere atti depositati, cioè non più segreti, a disposizione di centinaia di persone e noti a magistrati, poliziotti, cancellieri, impiegati, periti, avvocati, indagati; atti che, fra l’altro, saranno presto noti a un migliaio di parlamentari, a quali il gip Forleo li invierà presto perché votino pro o contro l’utilizzabilità a carico dei furbetti del quartierino?
Quando la notizia è grossa, il coperchio è sempre più stretto della pentola. E allora: non è meglio rassegnarsi, inchinarsi all’informazione e affrontare casi simili in modo più civile e virile, garantendo ai giornalisti la completa conoscenza degli atti e fornendo le dovute spiegazioni dei propri comportamenti ai cittadini elettori? Si eviterebbe così di trasformare i tribunali nel “suk” mediorientale che vediamo in questi giorni a Milano, con i giornalisti che pendono dalle labbra di cento avvocati che trascrivono brandelli di intercettazioni, dando in pasto alla stampa quel che conviene a loro. Si eviterebbe anche il ricatto del «cosa mi dai se non parlo di te?». A quel punto, starà alla responsabilità e alla deontologia dei giornalisti, in una sistema finalmente trasparente, decidere che cosa è utile raccontare e cosa no. Chi sgarra, violando la privacy o diffamando qualcuno, ne risponde in base alle leggi vigenti. Chi scrive la verità non ha nulla da temere. E il dibattito passa dal contenitore al contenuto: si parla cioè degl’intercettati, non degli intercettatori. Ora si pensa di risolvere la questione con la legge-bavaglio Mastella, che prolunga il segreto fino al termine delle indagini, cioè per anni e anni, sottraendo l’attività dei magistrati dal necessario controllo dell’opinione pubblica. Pezo el tacon del buso: i ricatti, anziché dissolversi, si moltiplicheranno. Chi pubblicherà notizie impubblicabili incorrerà in una multa fino a 100 mila euro. Una cifra che in Italia possono permettersi 4-5 editori. Che potranno decidere di investire quei 100 mila euro secondo la convenienza, pubblicando le notizie che danneggiano i loro avversari e tacendo quelle che danneggiano i loro amici. O mettendole all’asta al migliore offerente, secondo il metodo di Ricattopoli: non vuoi che esca la tua foto? Allora paga. Bel risultato, non c’è che dire.

di redazione
fonte: l'Unità
13.06.07 08:40 - sezione informazione
Altrove: A - rivista anarchica | Accordo | Anticatechismo | Chan Hon Chung | Ciclistica | Il Deposito | Don Zauker
Gruhn Guitars | Giordano Bruno | Libertaria | Movimentofisso | Brian Setzer | Shel Shapiro | UAAR | Il Vernacoliere