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«A politician, you know the ethics those guys have. It's like a notch underneath child molester» (Woody Allen)
Palestinesi nemici nello Stato che non c’è
Ventidue morti e oltre un centinaio di feriti. Questo è il bilancio provvisorio di una sanguinosa giornata a Gaza. Nel frattempo la morte di un deputato antisiriano in Libano dice che il conflitto è nell’intera area. Il tentativo dell’Egitto di avanzare una mediazione sembra destinato all’insuccesso. Anche se riuscisse, sarebbe effimero, come accaduto molte altre volte in questi mesi. Nella battaglia per il controllo della striscia di Gaza che oppone ormai da mesi Fatah, il movimento nazionalista e originariamente laico di Abu Mazen, al movimento della resistenza islamica (Hamas), da ieri l’ago della bilancia si spostato a favore dei secondi. Onnipresenti su tutto il territorio, i miliziani di Hamas ieri hanno lanciato una sorta di assalto finale contro i luoghi controllati dai miliziani di Fatah.
Lo scontro dura ormai da mesi e per certi aspetti a molti appare incomprensibile, o irrazionale, non utile, se non dentro uno conflitto tra fazioni rivali per il governo politico della transizione verso la costruzione dello Stato dei palestinesi.
Ma l’origine del confronto è proprio qui: perché se da una parte Abu Mazen e i suoi cercano di aprire varchi e spiragli per giungere alla costruzione di uno Stato con il dichiarato proposito di giungere a un accordo concordato con il governo di Israele, Hamas sembra perseguire una strategia sostanzialmente diversa, se non per certi aspetti opposta.
Al di là delle dichiarazioni più o meno diplomatiche la questione è stata sufficientemente illustrata da Anwer M. Zboun, parlamentare palestinese di Hamas, in un’intervista data nell’agosto scorso: gli israeliani si ritirano da tutti i territori occupati nel 1967, restituiscono tutti i prigionieri, fanno tornare nelle loro case originarie – quelle del 1948 - tutti coloro che sono fuggiti allora, e allora è possibile avviare delle trattative. Alla domanda di quali trattative stia parlando Anwer M. Zboun non lo spiega, semplicemente perché non è prevista, così come non è prevista la coabitazione con Fatah, nonostante la si proclami da mesi (almeno dallo scorso febbraio).
Di fatto da ieri esistono due realtà politiche palestinesi separate. Una divisione che è sancita nelle cose, ma che non è solo l’assetto di una dimensione interna palestinese. La guerra civile che oppone dall’inizio dell’anno le due fazioni palestinesi nei fatti è una lunga guerra che si combatte da almeno venti anni per la leadership interna. La morte di Arafat (nel novembre 2004) ha impresso un’accelerazione al processo, ma non l’ha originata: ha reso evidente un conflitto che ha cause strutturali di vario tipo: identitaria, culturale e politica. Un conflitto che ha un’origine e una scena precisa che si svolge venticinque anni fa, nell’estate 1982: riguarda la dimensione di abbandono e di vuoto che i palestinesi hanno allora avvisato.
Nell’agosto 1982 dopo un lungo assedio Arafat abbandona Beirut e si stabilisce a Tunisi con il suo Stato maggiore. Quell’espulsione ha significato la nascita di un ciclo politico nuovo: scompare il ceto politico dirigente sul territorio e nel corso degli anni ’80 prende corpo un nuovo ceto politico fondato sul rapporto sacrale con la terra. Se nel 1948 la fuga e la cacciata, comunque la sconfitta, è costituita da un insieme di storie personali, di famiglie e di villaggio, che si consumano in uno spazio di pochi chilometri, lo stesso non accade nel 1982. Numericamente nel 1948 sono coinvolte molte più persone rispetto al 1982, ma quella fuga non ha la stessa valenza politica. Nel 1982 i palestinesi non si spostano, semplicemente rimangono senza guida politica che se ne va. Negli anni successivi, in quel vuoto, una nuova classe politica si presenta sullo scenario e tenta di sostituirsi alla precedente.
Dentro una stagione politica che vedeva l’espansione del radicalismo religioso islamico sulla scia della nuova stagione aperta dalla rivoluzione khomeinista del febbraio 1979, ciò che è accaduto negli ultimi venti anni è la costruzione di un nuovo ceto politico che nasce “dal basso”, estraneo sia al notabilato che nel 1948 diserta la battaglia, sia alla classe politica laica dei primi venti anni dell’esilio.
Ciò che inizia a declinare 25 anni fa è la possibilità di una ceto politico palestinese di governo formato nell’esilio, laico e secolarizzato. Chi rimane sul territorio dà voce a un’opinione pubblica sempre più frustrata: è l’area religiosa,-radicale, fatta di piccola borghesia urbana e commerciale, di figli di notabili declassati, di nuovi intellettuali interni, che connettono il ritorno all’Islam come recupero della propria dignità.
Una miscela politica, culturale e identitaria che è presente in molto mondo arabo islamico, ma che nel caso palestinese dà luogo a un conflitto interno lacerante: da una parte per la presenza di una intellettualità laica e occidentalizzata, dall’altra perché i palestinesi sono una realtà costruita per un quinto di cristiani. Parlare di identità palestinese, come identità islamica, implica inevitabilmente introdurre dei conflitti interni destinati ad accrescere le spaccature sociali e culturali, anziché sanarle.
Quello che sta accadendo è dunque un conflitto politico interno, ma allo stesso tempo è anche il confronto per chi esprimerà il centro dello Stato palestinese. Stato che oggi risulta strutturalmente diviso in due (e non solo geograficamente) tra striscia di Gaza, vero brulichio convulso di conflitti ad alta densità di concentrazione di individui, e la Cisgiordania dove il confronto deve ancora avvenire. Uno Stato non si costruisce solo valutando il benessere individuale, relativo dei propri cittadini. Occorrono almeno: un esercito, un apparato economico, una struttura produttiva, un’idea di economia nazionale, un apparato di autogoverno e una classe dirigente, un sistema dei partiti e di strutture di rappresentanza sociale; una produzione culturale.
Tutti elementi che per ora non ci sono e che le scene di Gaza dimostrano che non ci saranno a breve.
di David Bidussa
fonte: il Secolo XIX
14.06.07 16:39 - sezione parole
il 14 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Paquero ha scritto:

Da questo articolo sembra che i decennali problemi dei palestinesi siano dovuti soltanto agli ultimi mesi di lotte interne, alquanto fuorviante...poi mi sembra che l'articolo non citi il fatto che le elezioni le abbia vinte Hamas (ma del resto per il mondo occidentale le elezioni sono libere e democratiche solo se le vince chi vogliamo noi...).


"Ciò che inizia a declinare 25 anni fa è la possibilità di una ceto politico palestinese di governo formato nell’esilio, laico e secolarizzato. Chi rimane sul territorio dà voce a un’opinione pubblica sempre più frustrata: è l’area religiosa,-radicale, fatta di piccola borghesia urbana e commerciale, di figli di notabili declassati, di nuovi intellettuali interni, che connettono il ritorno all’Islam come recupero della propria dignità"


Beh in ogni paese normale del mondo la politica del proprio stato viene fatta da chi abita quel paese, anche perchè con i governi in esilio si finisce come in Somalia...


"Quello che sta accadendo è dunque un conflitto politico interno, ma allo stesso tempo è anche il confronto per chi esprimerà il centro dello Stato palestinese. Stato che oggi risulta strutturalmente diviso in due..."


Uno stato che non esiste è dura che possa essere diviso in due.


"Uno Stato non si costruisce solo valutando il benessere individuale, relativo dei propri cittadini. Occorrono almeno: un esercito, un apparato economico, una struttura produttiva, un’idea di economia nazionale, un apparato di autogoverno e una classe dirigente, un sistema dei partiti e di strutture di rappresentanza sociale; una produzione culturale"


Eh si è tutta colpa delle lotte intestine se non esiste un florido stato palestinese, non è colpa di Israele, Europa e USA che da anni stringono il cerchio militarmente e economicamente relegando i palestinese a vivere in una prigione a cielo aperto...

il 14 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

avrei gradito che in tutto cio' avessi esposto anche le eventuali responsabilita' di Israele, stati uniti, arabia saudita e altri.
ad esempio, il definire per anni arafat come "terrorista" mentre era quello dei trattati di oslo, non ha fatto perdere di vista chi fosse il terrorista?
i soldi di hamas (come quelli di hezbollah) da dove sono arrivati?
quanto ha contato in tutto cio' il "pericolo rosso" paventato dall'anticomunismo storico?

il 15 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
david ha scritto:

Ehi amici, non è che Hamas combatte Fatah perché sono compagni che sbagliano, o perché un perfido nemico sta distraendoli dall'obiettivo principale. Ma perché ritengono:
a. che quelli dell'altra parte sono corrotti e vano perciò eliminati (se non fisicamente, almeno politricamente)
b. che sono dei traditori della causa e fanno gliinteressi del nemico.
Israele ha delle responsabilità, in questa cosa, come ce l'ha l'Iran, la Siria, gli Stati Uniti, l'Europa, la Lega Araba.
L'elenco è infinito e ad ognuno è riconoscibile una sua responsabilità specifica, circostanziata e definita.
Ma in questo complesso di responsabilità c'è anche quella dei palestinesi rispetto a se stessi, delle loro direzioni politiche, della corruzione diffusa, della necessità di un'analisi autocritica sulla propria storia.Perché non è vero che la propria storia è solo il risultato di ciò che gli altri - tutto il mondo - decide per te e contro di te. Non solo questo è un ragionamento troppo semplice, ma è anche autoassolutorio. Non ci sono popoli innocenti alla storia. Ci sono responsabilità individuali e condivise proprie di un gruppo umano e politico, dei suoi sottogruppi.
La storia di un popolo è anche conseguente alle proprie scelte, ai propri errori, alle proprie decisioni infondate. Non è solo il risultato dell'impossibilità di decidere. I palestinesi non sono una realtà collettiva espropririata della propria capacità di scegliere, di decidere, di agire e perciò di cambiare.
Perché se i palestinesi sono solo degli eterodiretti, allora non si vede perché si dovrebbe pensare di dotarli di uno Stato. La dimensione dello Stato non è un "regalo" è l'effetto di atti politici, che si definiscono esattamente in virtù politriche e in conseguenza di un esercito (e non solo un apparato di polizia), un apparato economico, una struttura produttiva, un’idea di economia nazionale, un apparato di autogoverno e una classe dirigente, un sistema dei partiti e di strutture di rappresentanza sociale; una produzione culturale.
Dalle scene di questi giorni si deduce che un embrione di esercito, meglio di due eserciti c'è. Manca tutto il resto. Ma una realtà che possiede o dimostra di possedere, in forma più o meno organizzata, un embrione di esercito o un un insieme di bande armate; che ha un sistema di partiti che sembrano più dei clan che non delle forme moderne di rappresentanza; che non ha se non in forma molto impropria strutture di rappresentanza sociale; la cui burocrazia - ovvero un corpo di funzionari che fanno "girare" la macchina statale - di fatto inesistente; la cui produzione culturale è di livello alto, ma spesso nella diaspora e i cui intellettuali in diaspora non hanno espresso - nemmeno in minoranze significative - la voglia di tornare. Tutto questo secondo vi dice che è responbsabilità di tutti gli altri se lo Stato non c'è? Secondo me dice che c'è anche una responsabilità - e non marginale - di chi lo Stato lo chiede, ma poi non si capisce chi lo dovrebbe fare e, soprattutto, come si terrebbe in piedi, con quali strutture, apparati. O questo vi sembra un mero dettaglio?

il 15 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

david (non bidussa) credo che tu abbia una visione molto parziale nel migliore dei casi, nel peggiore manifesti una certa malafede.

La storia di un popolo è anche conseguente alle proprie scelte, ai propri errori, alle proprie decisioni infondate. Non è solo il risultato dell'impossibilità di decidere. I palestinesi non sono una realtà collettiva espropririata della propria capacità di scegliere, di decidere, di agire e perciò di cambiare.
Perché se i palestinesi sono solo degli eterodiretti, allora non si vede perché si dovrebbe pensare di dotarli di uno Stato.

gli ebrei sono un popolo che e' stato disperso per il mondo per 200 anni, eppure israele esiste; tra gli ebrei esistono lo stesso tipo di divisioni che esistono tra gli israeliani (religiosi e laici, falchi e colombe), i palestinesi sono piu' sfortunati o hanno diritto a minori opportunita'?
Molti in Israele e fuori dicono "il popolo palestinese non esiste" e mi puo' anche andare bene, non esisteva un'unita' etnico-politica prima dello stato di Israele, ma e' esistita DOPO, il popolo palestinese e' una creatura indiretta della creazione dello stato di Israele; ora che esiste cosa facciamo? lo aboliamo per decreto legge?
gli stati non hanno senso, non ha senso la patria, non hanno senso i confini e le divisioni etniche.
Ma non esiste altra via, finche' vorremo l'esistenza di Israele, che la creazione di uno stato palestinese con cui avere rapporti pacifici e collaborativi.
l'alternativa e' la guerra, sia a bassa intensita' come l'intifada e gli attentati suicidi (con le susseguenti rappresaglie), sia combattuta come l'anno scorso in libano (con nessun vincitore).

il 15 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
david ha scritto:

Per Berja.Mi dispioace deluderti, ma sono bidussa. No credo di essere iun malfede, ma ho delle domande
Ho capito il tuo punto di vista, almeno credo.
Ha del fondamento. Ma un'analisi specifica non solo va fatta, ma va anche pretesa.
Con analisi specifica intendo che all'interno del mondo politico, sociale, e culturale palestinese - nelle sue molte differenze interne - si deve porre pubblicamente il problema di un'analisi non fondata sul mito, ma sulle proprie responsabilità. Condivido l'analisi (altra cosa è la diagnosi) di tutti i "nuovi storici isareliani" (ciò che non condivido è sia alcune punte di analisi di Benny Morris, sia alcune delle posizioni di Ilan Pappe, mentre capisco e concordo, per esempio, con Baruch Kimmerling, Yael Zerubavel, Idith Zertal, tanto per citare qualcuno che non è morbido per niente né con la linea politica di israele dal '48 in avanti né con l'attuale politica in merito al mondo del lavoro), ma il problema è che la stessa operazione identica, antimitica, deve essere compiuta dai palestinesi. Dentro il mito non ci sarà salvezza, ci sarà solo disperazione. Soprattutto non c'è un domani politico, né per sé né condivisibile con i propri vicini, compresi i giordani. C’è solo la crescita di una variabile impazzita, sul cui impazzimento si possono individuare molte motivazioni, ma che non producono uno Stato,ma producono delirio.
Checché se ne dica lo Stato di Israele non fu un regalo, fu l’effetto di molte cose, compreso il senso di colpa dell’Occidente che decise la nascita di uno Stato. Ma poi quello Stato – nel bene e nel male – ha avuto una possibilità di proseguire nella propria storia in relazione al fatto di funzionare come uno Stato e non solo per le scelte di politica estera ed interna che ha fatto, ma per il semplice fatto che ha una burocrazia, un sistema previdenziale, un sistema finanziario, un apparato di polizia, un’industria culturale, dei centri di ricerca scientifica.
Cioè, avrebbe detto Louis Althusser quanfop veniova considerato un rigoroso pensatore marxista à la page, perché ha prodotto sia “Apparati di Stato” che “Apparati ideologici di Stato”.
Se invece si ritiene che l’esistenza di Israele è solo un artificio politico in relazione a una politica di oppressione, per cui eliminata quella, cessa di avere una fisionomia in quanto Stato, allora l’esito è uno solo: la nascita dello Stato palestinese come distruzione dello Stato di Israele. Una soluzione rovesciata e speculare alla precedente, che nascerebbe con lo stesso vizio logico della precedente e con gli stessi vizi strutturali della precedente. Detto tra noi non mni semvbra una soluzione attraente.

il 15 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
dedalus ha scritto:

Quello che accade a gaza, come in libano, è la dimostrazione lampante di tutti i motivi per i quali non si è mai arrivati ad una soluzione pacifica.
E la colpa non è certo degli israeliani.
Da anni gran parte del mondo arabo lotta per eliminare israele, non per risolvere il problema palestinese.

il 15 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

e se ti firmi (non bidussa) come fai poi ad essere bidussa?
sono abbastanza d'accordo sulla tua analisi, pero' ti vorrei chiedere di non fare l'errore del 99,9% dei "sionisti esportazione", ovvero dei nazionalisti conto terzi che spopolano nelle comunita' ebraiche occidentali: non e' detto che la critica, anche feroce, allo stato di Israele celi l'intenzione di distruggerlo.
le contraddizioni che si porta dietro uno stato particolare come lo stato di Israele vanno considerate, non risolte (non ci compete) ma considerate.
Puo' uno stato moderno, democratico, liberale, avere un orientamento etnico-religioso?
Se si', come puo' preservarlo con i mezzi moderni, democratici e liberali?
La lotta tra un insieme di gruppi di persone che hanno come unico collante un "mito fondativo" contro uno stato moderno, democratico e liberale come puo' essere compresa, analizzata e risolta?
Puo' uno stato moderno, democratico e liberale paragonarsi ad un'insieme di gruppi di persone che non hanno altro che il famoso "mito" di cui parli?
(perche' anche tu fai questo che a parer mio e' un po' un errore, paragonare lo stato d'Israele attuale con il magma palestinese)
Siamo sicuri che il continuo minare l'autorita' di arafat, di al fatah e degli altri partiti laici da parte dei governi e dei mass media occidentali non ha qualche responsabilita' sulla mancata creazione di una struttura statale decente?
(si' lo so che erano e sono un ammasso di corrotti, ma non mi pare che la situazione delle classe dirigente italiana sia poi cosi' differente)
Perche' prima di andare a cercare le responsabilita' palestinesi, che sono palesi visto che e' la LORO guerra civile, credo che prima sarebbe necessario investigare le nostre.
la mia peronale soluzione rimane sempre la stessa: confini del 1967, certi, riconosciuti ed inviolabili; pace ed equo indennizzo (reciproco) per i profughi (palestinesi ed ebrei, chi ha mai risarcito gli ebrei libici, iracheni, siriani, egiziani, cacciati dalle loro case e dalla loro terra?) e poi si vede.

il 15 Giugno 2007 (quando OMB accettava i commenti)
alberto biraghi ha scritto:

Chiedo scusa a tutti, il (non Bidussa) è colpa mia. Ho visto passare un indirizzo email sconosciuto e ho presunto che fosse un altro David. Ho risistemato la firma.

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