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«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
La multiculturalità
La multiculturalità è come un parcheggio Ikea nel week end. Un luogo dove auto diverse stanno accostate una all’altra, ma non si mescolano. Perché quel parcheggio funzioni e non generi conflitti devono valere due regole: una esplicita e una implicita. Quella esplicita: che nessuno oltrepassi i limiti assegnati. Quella implicita: che ognuno stia nel suo territorio e non comunichi con il vicino. Il melting pot, dunque, è la condizione dove attori diversi stanno sulla stessa scena, ma non costruiscono niente insieme. Coabitano e tentano, in base a regole di buon vicinato, di non disturbarsi troppo. Meglio se si ignorano. Insomma una condizione condominiale, con una amministratore che riconosce un diritto all’inquilino più anziano e informa il nuovo venuto delle regole per non incorrere nell’isolamento o nel conflitto.
Non è una prospettiva attraente, anche se molti la descrivono come un passaggio di crescita rispetto alla precedente società monoculturale.
L’integrazione, presentata come una apertura rispetto a una condizione di omogeneità, di “comunità chiusa”, rappresenta una società tollerante. Ovvero una società che accetta la relativa autonomia di molte culture. Ma poi chiede che esse si collochino in uno spazio proprio, nei cui confronti, talora, si promuove la conoscenza, ma ancora guardandole come “aliene”. Insomma, attenti che non si generi mescolamento. Facendo di tutto perché non si produca. Si desiderano conoscere usi, costumi, si allestiscono mostre artistiche, festival teatrali o cinematografici di un mondo altro guardandolo come il visitatore all’acquario: la parete di vetro che consente di non mescolarsi. Nelle società multiculturali dunque ognuno vive accanto a qualcun altro, lo osserva, forse lo conosce, ma ritiene che la propria cultura possa svilupparsi parallelamente all’altra. Perché anche della propria cultura si ha un’immagine astorica, senza tempo, o che essa si generi autonomamente, per sviluppo naturale. In breve che il presente sia già contenuto tutto nel passato.
Nella storia delle identità culturali il tempo è percepito come un fatto cronologico, non come un tempo storico. Noi non siamo il prodotto culturale di ciò che in origine era contenuto nella nostra cultura di appartenenza. Siamo soprattutto l’effetto di continue contaminazioni. Nei vestiti, nei cibi, nel linguaggio, nella musica, nelle letture. Non è la multiculturalità a definire chi siamo, ma l’intercultura: una condizione che presume avere consapevolezza dell’ibridazione. Non è definita dalla panoramica del parcheggio dunque, ma dai ritratti di Arcimboldo: una coabitazione di oggetti, di pezzi con una propria identità specifica che insieme e in ordine incerto, e anche casuale, definiscono un volto senza che per questo ciascun pezzo sia nato per esser proprio lì dove si trova.
di David Bidussa
16.07.07 13:29 - sezione parole
il 16 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
daniele ha scritto:

ma scusate, è una presa in giro? mai sentite tante banalità e "luogocomunismi". David Bidussa ci dice per piacere come si organizza una società arcimboldesca, senza partire dalle regole di buon vicinato, dalla voglia di vedersi e conoscersi anche attraverso vetrine e canali privilegiati? che poi la nostra cultura sia il risultato di una continua mutazione/ibridazione è una cosa ovvia, che una società tollerante e multiculturale sia invece ipso facto una "società parcheggio" mi sembra un assioma assolutamente falso. Per funzionare stati e società complesse hanno bisogno di impegno, regole, tolleranza (che non è una parola brutta, anche se la si cerca di far passare per tale: non si fa unione delle culture con la tolleranza, ma è sicuramente il migliore ed unico modo per iniziare a farlo, se si prescinde da questo si fanno solo luminose astrazioni), non di generici richiami al multicultaralismo in cui "da lontano ogni cosa ha senso anche se non è nel posto dove si pensava". il problema è che le cose vanno anche viste, e vissute, da vicino.
Ah,il refuso all'inizio dell'articolo (LA MULTICULARITà) mi sembra davvero una sacrosanta rivincita del buon senso

il 16 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
tonii ha scritto:

il problema e' che siamo ancora in una societa' in cui il potere si esercita in modo monoculturale: funerali di stato nelle chiese cattoliche, inaugurazioni di ponti col vescovo, la tivu' di stato che parla di un certo "santo padre" (chi?).

come se fosse normale essere cattolici romani e anormale non esserlo.

sarebbe gia' un grosso passo avanti la multiculturalita' istituzionale.

poi la transculturalita' che ci indica, giustamente, Bidussa, e' gia' realta' nella societa', ma anni luce distante nel diritto e nell'accettazione di chi tiene in mano "le regole".

il 16 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
dedalus ha scritto:

Io non credo alla multiculturalità.
Penso che le risposte corrette ai problemi debbano essere precise, che la società debba essere democratica, gli individui liberi.
E non credo che lo stesso atto, all'interno della nostra società, debba essere più o meno riprovevole a seconda della "cultura" di chi lo compie.
L'idea che l'individuo debba rispondere alla cultura tribale piuttosto che alla ragione è un'idea catto-reazionaria.
Che poi ognuno si porti dietro la sua cultura (ovvero l'insieme dei suoi usi e delle sue tradizioni) è ovvio; come è ovvio che debba tentare di liberarsene. L'idea che la società si debba abituare a questo, dimenticando i suoi fondamenti razionali per mettere tutto sullo stesso piano..beh, è una cazzata.
Sono d'accordo che certi usi e costumi -a volte- possano essere delle attenuanti..ma non più di questo.

il 17 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
lupo ha scritto:

L'articolo ha un tono antipatico, ma nemmeno a me piace l'idea di societa' multiculturale fatta di "comunita'" ben definite che si sopportano a vicenda, condividendo poco e niente (che e' per esempio l'idea di Blair e di una parte del Labour inglese). Perche' come dice Bidussa la societa' deve avere delle basi comuni uguali per tutti - le leggi, per esempio.

Ma poi e' anche una visione molto limitante dei diritti dell'individuo. Come se tutti potessero essere infilati in una di dieci categorie da questionario. E se io nasco da genitori musulmani ma ho idee comuniste, e magari sono ateo, perche' devo essere etichettato in un certo modo solo in virtu' della mia nascita? e se sono cinese e gay? turca e femminista? per non parlare di tutte le persone di razza mista (che saranno sempre di piu'). In che "comunita'" le vogliamo schiaffare?

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