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«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
Il diritto di criticare Allam
8804567775g.jpg Pier Luigi Battista sul Corriere della Sera di giovedì 19 luglio (NDR: articolo riprodotto nel testo esteso) mi giudica severamente, insieme ad altri, per aver firmato un appello critico nei confronti di Magdi Allam, pubblicato sul periodico Reset in uscita in questi giorni. E’ una condizione che, se fossi malato di narcisismo, mi farebbe anche piacere. Nel modo in cui è posta la questione, nelle cose che Battista non dice – e non solo per quelle che dice – invece, lo considero un intervento preoccupante. Ma procediamo con ordine. Il giornalista e saggista Magdi Allam scrive un libro (Viva Israele, Mondadori) che va in libreria intorno alla fine di aprile e in cui sostiene argomenti che in gran parte condivido mentre su alcune questioni ritengo che la sua analisi sia insufficiente, generica e anche discutibile.
In particolare ritengo che proprio per lo stesso principio che mi porta a difendere la vita e la libertà di scrittura di Magdi Allam, non è accettabile la pratica del sospetto che Magdi Allam nel suo libro rivolge ad alcune persone e su cui non porta né prove, né riscontri. A mio avviso è una posizione debole, e non difendibile.
Quando il testo dell’appello di critica a Magdi Allam inizia a girare decido di firmarlo perché mi sembra che questa questione non possa essere accantonata. Tuttavia ritengo, anche, che sia importante riflettere intorno alla figura di Magdi Allam Una figura su cui con facilità si sono costruite beatificazioni e dannazioni: per ciò che scrive, per l’analisi che propone e per le domande che pone. Su una questione in particolare la sua analisi mi interessa: perché nella sua scrittura si costruisce una immagine di Israele che non mi convince, che è carica di ideologia quanto quella di gran parte di coloro che a sinistra (la mia parte politica), accusano Israele; che prescinde da un’analisi concreta di un paese concreto; perché è il risultato – così mi pare – di una lettura il cui effetto è la costruzione di un “paese di cartapesta”, di un “paese che non c’è”.
Un’immagine che, alla fine, mi pare altrettanto pericolosa di quella proposta da parte di chi quel paese se lo raffigura “diabolico”, “sterminatore”, “assassino” (anche quello un “paese di cartapesta”, un “paese che non c’è”).
E’ per questo motivo dunque che decido di scrivere una lunga recensione al volume di Magdi Allam, che esce nello stesso numero di “Reset” in cui compare l’appello. Recensione che è critica nei confronti di Magdi Allam, ma che non ha nessuno degli elementi che mi imputa Battista che, tra l’altro, scrive “La consuetudine vuole infatti che un libro venga criticato, anche ferocemente, ma da un singolo, non da una schiera vociante di ‘centinaia di firme’.” Bene Ho scritto una recensione; l’ho firmata; è scritta, credo e spero, in un italiano comprensibile; in ogni caso in una lingua a Battista nota. E’ un testo lungo. Lo ammetto, ma non è una scusante. Battista ha considerato che non ne valeva la pena e che per sostenere la sua argomentazione leggere era tempo sprecato.
Tutta la vicenda potrebbe finire qui e ridursi a una questione privata tra due persone. Non credo che sia corretto, perché la questione riguarda uno stile pubblico, le competenze e il riscontro sui contenuti. Ovvero:
1) se si decide di discutere di una questione e si vuol fornire un’informazione, è obbligatorio fornire tutti i dati. In questo caso Battista non li ha forniti.
2) Fornirli voleva dire costringersi a distinguere e a valutare singole persone e dunque non era più sostenibile il teorema del complotto dei soliti “untorelli” partiti per la crociata. Distinguere implicava di nuovo studiare e dunque riflettere. Forse è mancato il tempo, la curiosità, la voglia, l’interesse. Forse tutte queste cose insieme.
3) Battista sostiene che tutti i sottoscrittori dell’appello criticano Magdi Allam perché difende Israele. Non è, ovviamente, il mio caso e credo si possa dire di molti altri. Anche per questo l’immagine di un gruppo coeso che Battista propone è assolutamente fuori luogo.
Per esempio, tra i firmatari dell’appello ci sono storici di cui non condivido molte posizioni e con cui mi sono contrapposto, pubblicamente, non più tardi di tre mesi fa a proposito del libro di Ariel Toaff Pasque di sangue (il Mulino). Un libro, invece, che Battista difendeva con una parte di loro e che considerava un grande libro di storia, come è stato più volte sostenuto nelle pagine culturali del suo giornale.
In breve. Non ci sono pupazzi, bensì persone che hanno firmato un testo ognuno per percorsi propri, con storie politiche e culturali distinte. Comunque non assimilabili né riducibili a una sola posizione. Persone i cui profili sono facilmente individuabili e comprensibili. Tutto ciò ammesso che si voglia capire e invitare a riflettere, pur replicando criticamente e duramente.
Perché questo passaggio non avviene’ Perché molti son o convinti xhe alla guerra di civiltà scatenata dai fondamentalisti si risponde con la stessa guerra di civiltà. Non sono d’accordo. In regime di libertà noi dobbiamo mantenere quanto più possibile la barra sulle libertà. Tra queste, c’è anche il diritto di critica e quello di replica. Soprattutto c’è l’onere della prova di ciò che si dice e si scrive.

PETIZIONE PER METTERE UN LIBRO ALL'INDICE
di Pierluigi Battista

Cosa mai possono concretamente sperare le (così dicono) «centinaia di firme» apposte a un documento che si scaglia contro un libro, quello di Magdi Allam? Forse indurre l'autore ad abiurare? L'editore a ritirare il volume? I librai a disfarsene? A dichiarare fuori legge un saggio per aver violato chissà quale articolo del codice penale? Oppure, come è più probabile ma non meno inquietante, a rinchiudere il bersaglio di tanta ardente indignazione in un recinto infetto, fare terra bruciata attorno a lui, insomma a procurare un effetto intimidatorio su chi si è macchiato della grave colpa di aver scritto quel libro?
Il documento in questione (un appello, una petizione, un manifesto, o comunque si voglia chiamare questa ennesima testimonianza di un'abitudine molto italiana degli intellettuali ad aggregare le loro firme in vista di qualche sempre commendevole «mobilitazione » e nobile Causa) compare sull'ultimo numero di «Reset», la rivista di Giancarlo Bosetti sempre vivacemente presente negli snodi cruciali del dibattito culturale. Sottoscritto da numerosi studiosi di vaglia tra i quali Paolo Branca e David Bidussa, Angelo d'Orsi e Ombretta Fumagalli Carulli, Patrizia Valduga ed Enzo Bianchi, se la prende con un libro, «Viva Israele» di Magdi Allam, per via della sua «sfrontatezza», per di più «lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale », indice di «un preoccupante imbarbarimento dell'informazione» cagionata, par di capire, dall'attacco molto duro che Allam avrebbe riservato a due docenti universitari italiani. Ma il documento-anatema non si articola come difesa di qualcuno che si ritiene ingiustamente attaccato, bensì come un «no» al libro, un «contro Allam», una «critica» ad personam. Una scomunica collettiva, non una confutazione di una tesi. Una mozione che segnala l'arruolamento a una posizione ideologica, non una critica al merito di un libro.
È difficile comprendere cosa abbia indotto tanti intellettuali a una deroga così grossolana e stupefacente di alcuni princìpi basilari della libera discussione politico-culturale attorno a un libro. La consuetudine vuole infatti che un libro venga criticato, anche ferocemente, ma da un singolo, non da una schiera vociante di «centinaia di firme». Che un libro possa anche essere stroncato, demolito, fatto (intellettualmente) a pezzi, ma solo da chi porta la responsabilità intellettuale in un conflitto di idee modulato su argomenti che si contrappongano aspramente ad argomenti, tesi contro tesi, documenti contro documenti. I firmatari dell'appello contro Allam non fanno nulla di tutto questo. Bersagliano un libro per il solo fatto che esiste e il suo autore perché accusato di «tifare» per le ragioni di Israele (e se anche fosse, dov'è il reato, o il peccato?). Firmano in gruppo credendo di rafforzare la loro credibilità con il numero delle adesioni e non con la vis persuasiva di un argomento. Fossero state migliaia anziché centinaia, le firme, ci sarebbe forse qualche ragione in più per considerare ancor più negativamente il libro mandato simbolicamente al rogo? Da quando in qua la scientificità di un libro viene misurata così brutalmente sui diktat della «dittatura della maggioranza»?
Nella moltitudine di appelli e di manifesti che ha scandito in modo così ripetitivo la vita culturale dell'Italia repubblicana, i firmatari del documento di «Reset» hanno deciso di dar vita a un unicum, non conoscendosi, a memoria, precedenti di una raccolta di firme esplicitamente indirizzate contro un libro e contro un saggista. Ma se questa nuova tipologia di appelli non assomiglia alla (legittima) stroncatura di un libro o al (sacrosanto) dissenso nei confronti di tesi giudicate sbagliate o infondate, resta la sgradevole sensazione che nel tutti contro uno messo in scena da una rivista si produca attorno a un libro il marchio della «pericolosità», del discredito, della delegittimazione preventiva e dunque sleale. Qualcosa che ha il sapore dell'intimazione al silenzio, o comunque di un trattamento speciale che genera allarme sociale attorno a un libro e un effetto di intimidazione su un autore e sul suo editore chiamati, per così dire, a una maggiore prudenza nel futuro. Una deriva di arroganza che, anche se animata dalle migliori intenzioni, nella storia ha sempre condotto alla tentazione censoria e alla messa all'indice. Sempre.

di David Bidussa
fonte: Il Secolo XIX
22.07.07 10:23 - sezione parole
il 22 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Golani ha scritto:

David!!
Sono d'accordo, con quel che hai scritto.
AD

il 22 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

grazie, la prossima volta che dovro' sostenere per l'ennesima volta che allam e' un cialtrone ed un pagliaccio* mi sentiro' un poco meno solo.

*le centinaia di militanti di ETA partiti volontari per l'Iraq...

il 22 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Golani ha scritto:

berja,sai leggere???, nessuno ha scritto che Allam,è un cialtrone ed un pagliaccio,questo è quello che pensi tu.Io qualche volta mi trovo d'accordo con quel che scrive Allam.

il 22 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
berja ha scritto:

Io qualche volta mi trovo d'accordo con quel che scrive Allam.

cazzi tuoi, a me basta che ci sia qualcuno che si leva dal coro di incensamento e santificazione del cialtrone egiziano.

il 24 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
daniele ha scritto:

beja, nomen omen!

il 24 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
mazzetta ha scritto:

il punto è che Allam calunnia i professori italiani con frsi precise quanto buttate lì senza pezze d'appoggio e Battista fa lo stesso ignorando che quello sia il motivo della lettera e straparlando di messa all'indice che non esiste.

il 26 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

"nessuno ha scritto che Allam,è un cialtrone ed un pagliaccio,questo è quello che pensi tu."

Lo penso anche io, e per fortuna lo pensano in tanti.

Magdi Allam, il pinocchio d'Egitto
http://www.kelebekler.com/occ/pinocchio1.html

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