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«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
Visone, un guerrigliero della libertà
Pesce1_A.jpg Quell´omino con il naso storto, il sorriso radioso, la "erre" arrotata ancora proprio come un francese; quell´omino che sembrava fragile e che invece era fortissimo, aveva cominciato a essere un uomo a 11 anni, sulle Alpi francesi, dove un padrone lo aveva comprato per farne il suo guardiano delle vacche. C´erano solo lui e Medoc, un cane pastore che gli leccava la faccia per fargli passare la paura di notte. E di essere grande, da allora, non aveva più smesso. Giovanni Pesce era nato in un paese della provincia di Alessandria, Visone, che poi sarà il suo nome da comandante dei Gap. Troppa miseria, in quell´Italia che era uscita da poco dalla Prima guerra mondiale, per restare: il padre era andato a fare il minatore in Francia, la famiglia lo aveva raggiunto a La Grand Combe. Vita dura, non è abbastanza.
Quattro figli, la casa una baracca, niente bagno, quelli di lì che agli emigrati urlavano Macaronì, torna al tuo paese, un fratellino che muore di broncopolmonite davanti ai suoi occhi, il padre che non ce la fa più e parte per l´Africa, la madre che cerca di mandarlo a fare il prete così almeno mangia ogni giorno, lui che per non andare in seminario a 13 anni scappa di casa e che quando ritorna ha guadagnato la libertà. La libertà di scendere in miniera.
Giù da basso di giorno; poi venti chilometri a piedi per andare a curare l´orto; poi nella baracca che è diventata un´osteria ad aiutare la madre. Ma anche ad ascoltare: la prima scuola politica di Giovanni Pesce è nella cantina, a sentire i minatori, ai quali i padroni lasciano solo i soldi per ubriacarsi, che organizzano le lotte, che si battono per la vittoria del Fronte Popolare, che parlano di diritti, di 40 ore, di sindacato e di gioventù comunista. Giovanni si iscrive e quando in Spagna c´è il colpo di stato va a Parigi, a sentire Dolores Ibarurri, a manifestare con tutta la Francia.
Ma non gli basta. Ha 17 anni, la Pasionaria lo ha incantato. Vuole partire. La prima volta che piange nella sua vita è al confine, quando gli anarchici lo rimandano indietro: è un pantalons courts. Quella frontiera riuscirà a passarla lo stesso, di nascosto, da solo. A Figueras inconterà Nenni, Longo, Teresa Noce, sarà con loro nelle Brigate Internazionali e scoprirà lì di essere e di sentirsi italiano. Combatte a Madrid, racconta che però non avevano armi e che dovevano aspettare che morisse un nemico - o un compagno - per procurarsele. Per tre volte, in battaglia, si salva dalla morte; è il ‘38, ha 20 anni quando, sul fronte dell´Ebro, una ferita gravissima lo costringe a lasciare. Clandestino, si rifugia a Visone, ma lo scoprono presto, sta un anno in carcere e poi finisce a Ventotene. Ed è, anche questa, ancora di più questa, con Terracini e Camilla Ravera, la sua scuola.
Lasciato il confino, caduto il fascismo, Giovanni torna a casa e ci resta fino all´8 settembre, quando è chiamato a comandare i Gap, prima a Torino e poi a Milano. La sua medaglia d´oro al valore militare sarà per «un´azione» a Torino: "abbatte", così dice la motivazione, due ufficiali tedeschi. Uccidere a freddo, non è come farlo in guerra, è un dramma: «Ma quelle persone torturavano e fucilavano, era necessario dare fiducia e speranza al popolo italiano, perché le guerre si vincono se la gente ci crede». A Milano il comandante Visone vive prigioniero in un appartamento in piazza del Duomo, solo con i libri di Emile Zola, non può fidarsi di nessuno, non può incontrare nessuno. Solo Nori, la sua bellissima staffetta partigiana, la donna che sposerà nel ‘45, tre mesi dopo la Liberazione.
Una vita "Senza tregua", così come il titolo di uno dei suoi libri più belli. Entra nel Consiglio nazionale dell´Anpi; dopo l´attentato a Togliatti è responsabile della Commissione di vigilanza dei maggiori dirigenti comunisti; dal ‘53 al ‘64 è consigliere comunale a Milano per il Pci; dopo la svolta della Bolognina aderisce a Rifondazione Comunista. Non ha mai smesso di andare in giro per scuole, sezioni, feste di partito, dibattiti a parlare: «Se oggi siamo liberi - ripeteva - è perché allora abbiamo lottato». E giù a raccontare con semplicità, con quella "erre", con quegli occhi dolcissimi, un pezzo di storia che qualcuno racconta sui libri, e che lui invece aveva vissuto in prima persona.
di Cinzia Sasso
fonte: la Repubblica
28.07.07 16:42 - sezione antifascismo
il 28 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
toto ha scritto:

Nori, Giovanni Pesce e la loro Resistenza

L´attrice è una donna di 79 anni, i capelli grigi, piccolina, uno sguardo fermo e dolce. L´attore di anni ne ha 85, ha il naso storto, è stato pastore della vacche, poi minatore in Francia; parla con un forte accento francese e dice quello che ha fatto da quando ha smesso di scendere in miniera.

Onorina Brambilla, che tutti conoscono come Nori, e Giovanni Pesce sono marito e moglie da quasi sessant´anni: a Marco Pozzi, un giovane regista che si è appassionato a loro e alla loro vita, raccontano davanti a una telecamera la loro storia d´amore, nata quando lei era una ragazza di 20 anni, si chiamava "Sandra" e faceva la staffetta partigiana; lui era "Visone", il leggendario comandante dei Gap di Milano, già combattente volontario in Spagna nelle Brigate internazionali.

Lei lo ha salvato: arrestata e torturata, internata nel campo di concentramento di Bolzano, non ha parlato. Ma non è una storia privata e non è un film d´amore: Nori e Giovanni, medaglia d´oro della Resistenza, sono i preziosi testimoni di un pezzo di storia d´Italia, quella della Liberazione. Una storia che hanno vissuto da protagonisti credendo - come oggi non sembra neppure immaginabile - negli ideali di libertà e giustizia. Oggi il film-documentario su di loro sarà presentato all´Anteo; martedì saranno a Bruxelles, all´Europarlamento, dove pure ci sarà la proiezione seguita da un dibattito.

Giovanni adesso è stanco, lui che era abituato ad andare ogni giorno a piedi dall´ufficio di viale Tunisia alla sua casa del Corvetto, fatica a camminare per colpa di un brutto mal di schiena. Ha scritto molti libri e proprio in ottobre Feltrinelli ha ripubblicato, a 26 anni dalla prima edizione e per la quinta volta, il suo Senza tregua, il racconto in prima persona della guerra dei Gruppi di Azione Patriottica, i "commandos" che nelle città non davano mai tregua ai nemici, nazisti e fascisti.

È stanco anche di parlare: "Ma oggi - dice - vedo una forte volontà delle forze politiche e del governo di dimenticare". Oggi, dunque, parla soprattutto Nori: anche stamattina sarà in una scuola a raccontare quegli anni, quella sua vita, quella forza. Parla per combattere il revisionismo, perché "libri come quello di Pansa sono operazioni pericolose, rischiano solo di cancellare e infangare la memoria", ma a chi sostiene che oggi in Italia ci sia "un regime" risponde sicura: "Non sanno di cosa parlano".

I regimi c´erano allora: nel ‘36, in Spagna, dove Giovanni, che aveva 18 anni, è stato ferito in battaglia e si è salvato ancora non sa come; in Italia, con il coprifuoco e il terrore. "Ho riflettuto 25 giorni prima di decidere di diventare un gappista: non era la guerra, era uccidere singole persone.

Ma quelle persone torturavano e fucilavano, ed era giusto che qualcuno si sacrificasse per dare fiducia al popolo, per dimostrare che non sarebbe stato così per sempre". Il comandante Visone (era il nome del suo paese di origine, vicino ad Aqui Terme) viveva sotto falsa identità, in un appartamento vicino a piazza Duomo, praticamente prigioniero, solo insieme ai libri di Emile Zola. Usciva solo per avere indicazioni sull´obiettivo da colpire, organizzare il piano, incontrare la sua staffetta.

"La mia staffetta era molto bella", sorride Giovanni; e ricorda ancora quando la convinse a raccontare una frottola alla mamma per passare una notte fuori.

Nori non era solo bella: "Sia chiaro che io non ho taciuto per amore. Non avrei tradito nessun compagno, mai". È una donna orgogliosa e forte, semplice e intelligente. "Bisogna continuare a ricordare, perché la lotta di liberazione ha avuto un significato morale importantissimo. Se oggi siamo liberi è perché abbiamo lottato". In tanti, certo; ma lei di più.

Come quando trasportò un pacco di esplosivo e in tram venne fermata da due ufficiali. Fu forse l´unica volta in cui la sua bellezza fu davvero la cosa più importante: e come poteva, una ragazza così bella, nascondere qualcosa in quel voluminoso pacco? Avrebbe potuto finire con la fucilazione; si salvò. Il 14 luglio del ‘45, tre mesi dopo la Liberazione, sposò il suo comandante e da allora sono rimasti sempre insieme.

(Cinzia Sasso, “la Repubblica”, 28 novembre 2003)


un abbraccio anche a Sandra...

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