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«Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare» (Francesco Guccini)
Addio Pesce, il fuoco della libertà
Pesce2.jpg Come per tutti i ragazzini, le grandi imprese, il coraggio, la determinazione, l’impugnare una pistola in pieno giorno e andare all’attacco, richiedevano sempre un uomo grande e grosso, un eroe alto e massaccio, senza paura e pronto a scattare al minimo pericolo. Invece, Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, comandante dei Gap - i gruppi patriottici che attaccavano i nazisti e i repubblichini tra la gente, per strada, sul tram o in treno - era piccolino, tranquillo, silenzioso. Insomma, non parlava mai più del necessario e quando lo faceva erano parole senza ostentazione, protervia o sciocche vanterie. Quando lo avevo visto la prima volta, da ragazzo appunto, ero quasi rimasto deluso. Poi, con il trascorrere degli anni, avevo capito e, in più di una occasione mi ero fermato a chiacchierare con lui a lungo, nella speranza di capirne fino in fondo la mente, il cuore, le scelte, la paura e la tragedia: quella di dovere sparare a qualcuno, per strada, senza battere ciglio.
L'altra notte Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone», è morto a casa sua, a Milano, assistito dalla moglie Onorina, nome di battaglia «Sandra», la cara staffetta che, nel 1943, era l'unica a poterlo avvicinare per consegnare gli ultimi ordini del Comitato di Liberazione nazionale e della direzione del Pci. Già, perché il più famoso gappista d'Italia era comunista e veniva da una famiglia antifascista abituata al lavoro e alla sofferenza.
La biografia di Giovanni ha dell’incredibile. Quando lui raccontava di quella sua vita complicata e diversa dal solito, potevi stare ore ad ascoltarlo. Era nato nel 1918 a Visone D'Acqui, in provincia di Alessandria. Il padre, presto, molto presto, era stato costretto ad andarsene da casa e ad emigrare in Francia con tutta la famiglia. I fascisti non davano tregua. Erano finiti in un paesetto con le miniere e Giovanni, nella piccola vineria aperta dal padre, trascorreva ore e ore con «musi neri». A volte, qualcuno finiva lo stipendio cercando di soffocare nel bere la miseria e la nostalgia. Ecco, Pesce ascoltava sempre quei minatori e da loro imparava e capiva. Poi, anche lui, a quattordici anni, era finito giù nelle gallerie per quattro soldi.
Il giorno che l'Italia fascista aveva attaccato la Francia ormai messa alle corde dai nazisti, lo avevano trasferito in un campo di prigionia. Poi il rientro, da solo, a Visone. Una spiata lo aveva fatto finire in carcere e poi al confino di Ventotene, dove aveva conosciuto Pertini, Terracini e tanti, tanti altri compagni.
Nel 1943, con il crollo del fascismo, «Visone» era tornato di nuovo a casa. Poi, il partito lo aveva mobilitato per fondare i Gap a Torino. Ma il lavoro più duro e difficile lo avrebbe, più tardi, affrontato a Milano. Era stato inviato in Lombardia per occuparsi delle grandi fabbriche perché fascisti e nazisti terrorizzavano gli operai. Centinaia di loro venivano, tra l'altro, trasferiti nei campi di sterminio. E guai a protestare o scioperare. C'erano, tra gli addetti alle macchine di alcune grandi industrie, capi e capetti che facevano la spia. O personaggi che, per una manciata di soldi e qualche chilo di sale (che Italia terribile e piena di odio e di terrore in quel ’43, ’44 e ’45) erano disposti a vendere davvero chiunque.
C’era bisogna, dunque, di una azione forte che facesse sentire agli operai che la Resistenza pensava a loro e alla loro protezione. Giovanni Pesce, dal nulla, aveva imparato a sparare. Non solo: portava sempre addosso due pistole, non una sola. Ed era diventato uno che non sbagliava mai un colpo. Viveva isolato in un microscopico appartamento e usciva soltanto per l'attacco improvviso e per incontrare altri due o tre compagni dei Gap. Ma quando entrava in azione era sempre solo: non si fidava di nessuno.
In uno dei tanti incontri, gli avevo chiesto: «Ma non avevi paura?», e lui: «Eccome». Poi aveva ancora spiegato: «Una volta ho detto ai compagni che quel comandante dei repubblichini addetto agli arresti nelle fabbriche, non era arrivato in ufficio. Invece c’era. Ma io ero stato colto dal tremito e dal panico e non avevo fatto nulla. La volta successiva, dopo alcune esitazioni, ero partito deciso ad assolvere all’incarico. Ero entrato nel bar dove il comandante stava facendo colazione. Mi ero avvicinato e avevo spianato la pistola. Per un attimo ci eravamo guardati negli occhi. Un attimo che non finiva più. Avevo letto in quello sguardo la sua paura, il suo terrore. Poi avevo visto che stava mettendo la mano alla pistola. Allora ho fatto fuoco tre o quattro volte. Subito dopo ero uscito e saltato sulla mia bicicletta. Dovevo giustiziare quel comandante. Sapevo dei nostri compagni e di tanti innocenti, torturati, impiccati, fucilati».
Quante volte hai sparato avevo chiesto a Giovanni. E lui aveva risposto: «Molte, molte volte. Non le ho mai contate». Poi ancora aveva aggiunto: «Sai che nel dopoguerra, su un tram a Milano, ho incrociato gli occhi con la moglie e figli di un famoso spione che avevo liquidato. Ci siamo sfiorati e ognuno è andato per conto proprio. Credimi è stata dura. Ammazzare, anche se in guerra e nella battaglia più grande per la libertà, non è facile. Ogni volta mi si stringeva il cuore».
Nella motivazione della medaglia d'oro, si ricorda che «Visone» era stato, insieme a un compagno dei Gap gravemente ferito, inseguito dai nazisti. Lui aveva preso sulle spalle quel ferito e, sparando come un pazzo, si era dileguato. Pochi giorni dopo, con altri, aveva assaltato «Radio Torino» ed era riuscito a distruggere parte degli impianti, nonostante la presenza di una decina di nazisti e un gruppetto di repubblichini. Imprese incredibili e straordinarie.
Nel 1945, a Milano, nei giorni della Liberazione, era stato affrontato da un gruppo di ragazzini con il fazzoletto rosso al collo che avevano gridato: «Comodo aspettare che i partigiani ti liberino. Comunque, puoi uscire dalla cantina dove ti eri rintanato come un topo». Lui non aveva risposto, ma aveva sorriso appena, appena per poi girare oltre l'angolo.
Caro «Visone», la tua parte per tutti e per la nostra Italia, l'hai fatta. Un abbraccio.
di Wladimiro Settimelli
fonte: l'Unità
29.07.07 17:10 - sezione antifascismo
il 29 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
toto ha scritto:

"Da Viale Romagna si raggiunge Piazzale Loreto lungo il rettilineo fino in Via Porpora e si svolta a sinistra.

Dappertutto cordoni di repubblichini: militi dietro militi, sempre più fitti, sempre più lugubri.

In piazzale Loreto una folla sconvolta e sbigottita.

Si respira ancora l’odore acre della polvere da sparo.

I corpi massacrati sono quasi irriconoscibili.
I briganti neri, pallidi, nervosi, torturano il fucile mitragliatore ancora caldo, parlano ad alta voce, eccitatissimi per ave sparato l’intero caricatore.

Sbarbatelli feroci, vicino a delinquenti della vecchia guardia avvezzi al sangue ed ai massacri, ostentano un atteggiamento di sfida volgendo le spalle alle vittime, il ceffo alla folla.

Ad un tratto irrompe un plotone di repubblichini, facendosi largo a spinte e a corpi di calcio di fucile e andando a schierarsi vicino ai caduti.
“Via via, circolate” urlano.
Spontaneamente il popolo è accorso verso i suoi morti.

Ora la folla, ricacciata, viene premuta tra i cordoni dei fascisti. Urla di donne, fischi, imprecazioni. “La pagheranno!”.

I repubblichini, impauriti, puntano i mitra sulla folla.

Dall’angolo della piazza scorgo lo schieramento fascista accanto ai nostri morti. Potrei sparare agevolmente se i fascisti aprissero il fuoco.

In quel momento, fendendo la calca si fa largo una donna: Avanza tranquilla, tenendo alto un mazzo di fiori; raggiunge le prime file, vicino al cordone dei repubblichini, come non vedesse le facce livide e sbigottite degli assassini; percorre adagio gli ultimi passi.

Scorgo da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori.

I fascisti rimangono annichiliti da quella sfida inerme, dall’improvviso silenzio della folla. La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla.

Comincia così un corteo muto nato come da un improvviso accordo senza parole.

Altre donne giungono con altri fiori passando davanti ai militi per deporli vicino ai caduti.
Chi ha le mani vuote si ferma un attimo vicino alle salme martoriate.

Per ogni mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti.

Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono i timbri alti delle voci.
Accanto a me uno bisbiglia: “ Vede quello a sinistra? Tentava di scappare. Appena era sceso dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale.

Credevamo che ce l’avrebbe fatta.
Era già lontano. L’hanno riportato indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L’hanno spinto accanto agli altri, già schierati in attesa”.
L’ultimo volto che vedo abbandonando la piazza è quello di un repubblichino, che ride istericamente. Quel riso indica l’infinita distanza che ci separa.

Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta in cui si da e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità. In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte.
Loro ridono.

Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri.

Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da una lato la barbarie, dall’altro la civiltà. I cordoni dei repubblichini sono sempre fitti. Ad ogni passaggio, ad ogni posto di blocco mi imbatto nella loro insolenza, nella loro spavalda vigliaccheria: mitra ostentati, bombe a mano al cinturone, facce feroci, lugubri camicie nere, ancora una volta, come in Spagna di fronte alla spietata ferocia degli ufficiai nazisti si rivelano i due mondi in antitesi, i due modi opposti di percepire la vita.

Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere.

Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le nostre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del nostro compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l’assassinio “un esempio”.

La belva oramai incalzata da ogni parte si difende con il terrore. Mi rifugio in casa. Mi raggiunge nel pomeriggio una staffetta. I repubblichini hanno sparato in aria per allontanare la folla davanti ai caduti.

Il giorno successivo alla Vanzetti, alla Graziosi, alle Trafilerie, alla Moto Meccanica, alla O.M., ecc.., gli operai abbandonano il lavoro in segno di protesta; alla Pirelli le maestranze si riuniscono in silenzio. Ora tocca a noi.

Nella medesima notte prepariamo 8 bombe ad alto potenziale. Il tecnico, abituato ad un lavoro di precisione, esprime le sue preoccupazioni, ma si piega alle necessità. Il giorno dopo, all’alba , io, Narva e Sandra ci troviamo nella chiesa di Via Copernico per la consegna dell’esplosivo. Il parroco si aggiunge a celebrare la prima messa, avanzando silenziosamente dalla sacrestia.

Nella chiesa, deserta, regna un silenzio profondo, una pace incredibile.
Arriva il tecnico con le borse. Il prete assiste alle consegne, immobile fra i chierichetti.
Comprende? Non so.

Usciamo. Accompagno le ragazze all’appuntamento con Conti e Giuseppe, per l’ultimo scambio delle borse.

“Vi proteggerò le spalle”, dico, “calma e sangue freddo, non ci sarà nessuna sorpresa.”
I due gappisti con la calma e la sicurezza di professionisti, depositano le bombe, si eclissano in una viuzza scambiandosi un rapido cenno di saluto.

Una, due, tre esplosioni scuotono l’aria, infrangono i vetri.

Il ritrovo ufficiale del comando tedesco è devastato come un campo di battaglia.
Abbiamo disposto le cariche in modo che gli esplosivi deflagrassero prima sulle finestre e successivamente all’uscita del Circolo.

Il Feldmaresciallo Kesserling invita le forze dipendenti ad agire con maggiore energia nei confronti dei sabotatori da impiccarsi sulle pubbliche piazze; il comandante della piazza di Milano anticipa il coprifuoco alle 22.00. Il nemico si rende conto che l’arma del terrore gli si ritorce contro.

Dobbiamo insistere.

Azzimi e Borsetti attaccano il comando repubblichino nella sede dove convergono i lavoratori italiani da inviare il 14 in Germania.
Il mattino del 14 agosto un alto ufficiale tedesco e due subalterni mentre discutono in un ufficio del Palazzo di Giustizia vengono uccisi con una “Sipe”, lanciata da una finestra.

Nei corridoi, tedeschi e fascisti fuggono in preda al panico. Il coprifuoco non si ferma: il 16 agosto ancora Azzini e Borsetti giustiziano uno squadrista, ufficiale della milizia e delatore di partigiani e, due giorni dopo, un’altra squadra abbatte un ufficiale delle SS a Porta Volta.

“La pagheranno!!!”, era la parola d’ordine del popolo e la nostra."

(tratto da "Senza tregua - La guerra dei Gap" Feltrinelli, prima edizione 1967)

il 30 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
dedalus ha scritto:

un killer che operava dalla "parte giusta"..non mi pare l'aspetto migliore della resistenza, francamente

il 30 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
sonounpolemico ha scritto:

@@un killer che operava dalla "parte giusta"..non mi pare l'aspetto migliore della resistenza, francamente
Postato da dedalus - Lunedì 30 Luglio 2007 alle 17:24
dal 1800 al 1945 ogni quanti anni c'e' stata una guerra? e' un pezzo di storia violenta e traggica.
e' la guerra.certe situazioni bisogna viverle.
oggi giudichiamo;sempre,tutto e tutti
spesso mi chiedo,nel caso venissimo aggrediti
che fine faremmo.visto come si ragiona,credo che tanta gente,invece di difendersi, si venderebbe al nemico per salvare il culo.

il 30 Luglio 2007 (quando OMB accettava i commenti)
dedalus ha scritto:

«Ather Capelli!». Il direttore della Gazzetta del Popolo, quotidiano torinese, stava entrando nell’androne della sua casa di Moncalieri: si girò al richiamo e piombò a terra crivellato da una scarica di mitra. Erano le 13 del 31 marzo 1944. L’omicidio era stato compiuto con la tattica dei Gap, i Gruppi di azione patriottica fondati dal Pci sull’esempio della Resistenza francese: il pedinamento, il nome gridato per essere sicuri dell’identità della vittima, i colpi, la fuga. Il giornalista, 42 anni, aveva trascorso la mattinata a Torino in redazione discutendo di lavoro con il collaboratore Indro Montanelli, poi era rientrato a casa per il pranzo. Il killer sarebbe rimasto sconosciuto, se non fosse stato lui stesso a rivelarlo nel libro Soldati senza uniforme uscito a Roma nel 1950, in cui Giovanni Pesce raccontava come aveva ucciso il giornalista «fascista» Ather Capelli. Il gappista Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone», è morto ieri a Milano

il 04 Agosto 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Roby ha scritto:

Primo: Ather Cappelli, fascista 'imegnato' fu colpito per direttiva del CLNAI: DC-PCI-PSI ecc
Secondo:
I KILLERS sono stati i nazifascisti, parlare in tali termini di una Medagliad'Oro al VM della Repubblica potrebbe configurare reato.

Rispetto per il Comandante Visone.
Se, dico SE, occoresse, siamo pronti a migliaia a ripetere (perlomeno provarci), a ripercorrere la sua via. NO PASARAN

il 06 Agosto 2007 (quando OMB accettava i commenti)
dedalus ha scritto:

I KILLERS sono stati i nazifascisti, parlare in tali termini di una Medagliad'Oro al VM della Repubblica potrebbe configurare reato.

visione critica della storia, indubbiamente.
mi sa che sei un vecchio trombone

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