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«I'm a picker, I'm a grinner, I'm a lover and I'm a sinner, play my music in the sun» (Steve Miller)
Non sparate sul graffitista
rm_01.jpg Ci sono almeno tre motivi per tenere in grande considerazione il graffitismo che da almeno trent’anni accompagna i panorami delle nostre metropoli occidentali. Il primo è che l’arte diventa un fatto «gratuito»: esce dalle gallerie e dal mercato, contesta la «società segreta dell’arte», mischia allegramente arte e vita. Il secondo è che l’ambiente urbano - «brutto» quasi per definizione nelle grandi città, e soprattutto nelle loro periferie - si trasforma in un gigantesco album da disegno, in cui esprimere valori, poetiche, concetti altrimenti preclusi a chi è fuori dal mondo dell’arte ufficiale, con la conseguenza di popolarizzare l’estetica e farla diventare un fatto di massa. Il terzo, infine, è che anche i fruitori vengono toccati da questo processo: infatti, la vita quotidiana è percorsa da immagini utilitarie e di basso valore (pubblicità, informazioni, cattiva architettura, brutti oggetti, kitsch) e il pubblico le consuma inconsapevolmente senza battere ciglio e senza capire i danni che un simile ambiente produce alla mente: un’arte senza pretese, ma libera e immediata, si sostituisce dunque alla non-arte, e abitua in qualche modo la gente a un’estetica di massa.
graffiti_02.jpg Ebbene, rielaborati in modo meno rozzo di come sto riportando, questi princìpi sono divenuti nel corso degli anni un fenomeno tipico delle aree urbane di tutto il mondo, che è stato chiamato a volte «graffitismo», a volte «bad art», a volte ancora «new dada». Ha assunto connotazioni e valori diversi, che vanno dalla produzione di stili di gruppo (un po’ come dei gerghi giovanili fondati sull’immagine) di vere e proprie «bande» metropolitane, fino alla espressione volutamente povera manifestata dalla gente dei centri sociali, dagli interventi effimeri di artisti che poi invece frequentano le gallerie fino all’assunzione di simili concetti da parte delle imprese e della pubblicità, che sfruttano (chiudendo così il cerchio della moda) le superfici dei cantieri edilizi per nobilitarle artisticamente a scopo propagandistico.
Tutte e tre queste motivazioni hanno una loro storia culturale, più o meno recente. La prima, ad esempio, deriva dalla seconda metà degli anni Sessanta, quando, accanto ai movimenti più o meno rivoluzionari di quei tempi, operavano anche gli artisti che contestavano la mercificazione dei valori estetici e la loro destinazione esclusiva e delle élites culturali.
La democratizzazione dell’arte, tuttavia, ha origini ancora più lontane, e può essere fatta risalire ai tempi della Rivoluzione Russa, e in particolare a Vladimir Majakovskij, che predicava la profezia dell’avvento di una «società estetica». Questa sarebbe stata pienamente e definitivamente realizzata il giorno in cui avessimo incontrato le poesie sulle scatole di fiammiferi, e non più soltanto nei libri a bassa tiratura nelle librerie. Come si vede, però, si è sempre trattato di una versione della «democrazia artistica» a carattere fortemente ideologico. Negli anni Ottanta la spinta rivoluzionaria di quelle idee si era ormai fortemente affievolita, e veniva sostituita da una visione piuttosto «marginalista», libertaria e autonoma del farte artistico. Il punto centrale diventava non tanto il contenuto dell’arte, da divulgare al popolo, quanto la forma stessa dell’arte, che era uno dei tanti modi, ma forse quello più spontaneo e immediato, per esprimere la libertà dell’individuo. D’altra parte, gli artisti di strada non a caso erano spesso giovani di spettacolo: musicisti, che da allora abbiamo ritrovato puntualmente nei cortili dei grandi musei urbani e nelle vie circostanti alle istituzioni della cultura, o nei pressi delle aree del grande consumo (supermercati, centri commerciali, eccetera); attori, come coloro che nelle città d’arte si intrufolano tra la folla o si confondono nella folla inscenando performance di mimo, di animazione comica di origine popolare (trampolieri, mangiafuoco, burattinai, e così via). Insomma, i graffitisti hanno finito per rendere irrilevante la questione dell’impegno nelle arti, per valorizzare piuttosto quella della libera manifestazione estetica in un universo «a parte», rispetto alla norma della società vigente, che viene così rifiutata.
Il secondo principio risale, stavolta in modo esclusivo, anch’esso alla metà degli anni Sessanta, e coincide con un movimento di idee che va dalla pop art al cosiddetto post-modernismo dei tempi attuali. Nell’America dei favolosi Sixties, infatti, è iniziata una vera e propria contestazione del Movimento Moderno, cioè dell’architettura e del design razionalisti. In un famoso articolo intitolato «Learning from Las Vegas», Denyse Scott-Brown e Robert Venturi rivendicavano la bontà delle insegne pubblicitarie, da tutti finora ritenute di cattivo gusto, della più consumista fra le città americane. Infatti, proprio la cultura popolare di massa manifestata da insegne e cartelloni era stata a loro avviso capace di migliorare lo squallore degli edifici «dei geometri» che costituiscono la norma delle nostre periferie e dei centri urbani di nuova progettazione. È da quel dibattito che nasce la cosiddetta «architettura radicale», che si affianca in pittura alla pop art (a sua volta tesa a recuperare come soggetto artistico tutto l’immaginaria delle comunicazioni di massa). E sempre da lì inizia quel flusso di riflessioni che ha portato poi al post-modernismo progettuale (quello filosofico e quello letterario hanno invece una nascita diversa). Invece di sostenere che «la forma segue la funzione», come volevano i razionalisti, i nuovi architetti e designers predicano l’estetizzazione della superficie dei manufatti, che si esprime ad esempio con la citazione dell’antico, con la tendenza all’ornamento non funzionale, e con l’inserimento di «brani» all’interno dei superati e brutti edifici del recente passato. Ecco: il graffitismo si inserisce, ultimo venuto, in questo solco, mettendo in rilievo l’esistenza dei tantissimi e anonimi «non luoghi» della civiltà contemporanea, e rivendicandone, ma semplicemente «sensibilizzati», tesi a soddisfare l’esperienza percettiva e sensoriale).
Il terzo punto è già stato in pratica sollevato parlando di Majakovskij, e della sua profezia di una futura società estetica. Sollevare, tuttavia, la questione della ricezione dell’arte da parte del pubblico è un elemento di novità. I graffitisti hanno, implicitamente, messo in rilievo che se esiste l’arte come manifestazione della bellezza e come ricerca della novità espressiva, ebbene, accanto a questa esiste anche il gusto, cioè il consumo delle forme. E ciò può costituire un diritto per tutti i cittadini. La democratizzazione dell’arte come possibilità di fare si pone accanto alla democratizzazione dell’arte come consumo di immagini, suoni, valori tattili, profumi, sapori. Si tratta di un rilevante mutamento valoriale. Mentre tutte le pratiche antagoniste precedenti avevano, grosso modo, posto l’accento sulla dimensione etica ed aletica (cioè sul bene e sul vero), adesso si aggiunge anche la dimensione estetica (il bello e il sensibile). Così, il gusto (che è per l’appunto quel che Majakovskij chiamava «estetica di massa») non viene lasciato alla sola produzione industriale (abbigliamento, design, arredamento, media, eccetera), ma anche a qualcos’altro, sprovvisto di finalità economiche.
di Omar Calabrese
fonte: l'Unità
04.09.07 08:44 - sezione arte
il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Mauro ha scritto:

Anche la pubblicita' puo' essere arte.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

La pubblicità serve a far guadagnare qualcuno. I graffiti no. Se diciamo che "l’arte diventa un fatto «gratuito»", la pubblicità se ne resta fuori per forza di cose. Il graffito è arte; la pubblicità è business.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
HCE ha scritto:

e dove lo metti il business delle bombolette?
strano che non abbiano già proposto una tassa su tutte le bombolette spray, visto che alcune vengono usate per scrivere sui muri.
e questo senza contare il business molto più redditizio della ripulitura dei muri.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
sandro ha scritto:

Lorenzo,le dicessi con un pò più di umiltà le tue cazzatelle,uno ti perdonerebbe pure
C'e' stato un ampio dibattito culturale su arte e pubblicità e tu non ti puoi permettere di liquidare la questione così su due righe
Comunque,non mi voglio incazzare di prima mattina,vatti a visualizzare le opere di marcello dudovich (tanto per fare un nome) e torna a recitare il mea culpa,qui,diciamo fra una decina di minuti

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Cristina ha scritto:

nei paesi civili ( mi si perdoni il luogocomunismo), esistono aree attrezzate dove i cosiddetti writers possono esprimersi come meglio credono, spiritosaggini a parte circa la libertà di espressione, vedere come sono ridotti i palazzi, i monumenti delle nostre città quello si, fa vomitare, e ancora di piu' disgustoso è il fatto che ci vogliono un mucchio di quattrini dei contribuenti, che magari potrebbero essere spesi meglio e per cose piu' utili, per ripulire tutto.


l'arte, è un'altra cosa, non scherziamo.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Hal Incandenza ha scritto:

"L'arte, è un'altra cosa, non scherziamo."

Al solito giudizi tranchant da chi non sa una fava.
Dicevano la stessa cosa anche di Duchamp.


il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
HCE ha scritto:

l'arte è tante cose, compresa quella. compresa persino anche la pubblicità, talvolta.

semplificando con l'accetta, sotto il termine "graffiti" passano due diverse categorie di opere.

una sono le "tags", semplici firme di persone o bande, con un minimo di studio sulla grafica dei caratteri, tipicamente monocromatiche. queste hanno soprattutto un valore di marchiatura del territorio, di solito modesto valore artistico, le si trova dappertutto, compresi mezzi pubblici e palazzi di pregio, anche perché richiedono un tempo di esecuzione irrisorio. sono un fenomeno di costume, come le sigarette e le cacche dei cani per terra.
non ho molte parole da spendere per difendere questa forma di espressione, ma nemmeno sono tanto in alto nella mia scala di cose da mettere a posto nelle città itagliane.

l'altro sono pezzi più elaborati, normalmente a colori, spesso pittorici. di solito vengono realizzati su superfici non pregiate (muri di contenimento, recinzioni), richiedono un tempo di esecuzione più lungo (ma comunque dell'ordine di minuti o al massimo di poche ore), e normalmente migliorano di molto la qualità estetica dei luoghi (o più spesso non luoghi) dove vengono eseguite.

in un mondo idale, queste andrebbero riconosciute de facto come opere d'arte.

le "aree attrezzate" sarebbero un sistema, ma finirebbero per istituzionalizzare il fenomeno e svuotarlo.
una possibilità sensata potrebbe essere liberalizzare anche de iure la decorazione spontanea di superfici non pregiate. muri delle ferrovie, capannoni industriali, i muri ciechi di certe case, recinzioni prive di valore estetico...

questi si che sarebbero lavori socialmente utili!

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Adimant ha scritto:

"Se diciamo che "l’arte diventa un fatto «gratuito»", la pubblicità se ne resta fuori per forza di cose"

Lorenzo, il sillogismo non funziona: la fruizione della pubblicità, da parte tua, è gratuita: dunque la forma di arte che sta dietro alla pubblicità (perchè spesso c'è) è arte quanto quella che sta dietro ai graffiti (anche lì spesso).
Il business è a valle della creazione artistica e non inficia la tua possibilità di godere della forma artistica che è nella pubblicità. Anzi, la pubblicità-arte finisce per essere, per l'utilizzatore, più economica dell'arte per eccellenza (prova a vedere quanto ti costa entrare in un museo): basta resistere al richiamo consumistico che è nella pubblicità e godersene solo l'estetica.
Che poi la forma di arte ch è dietro ai graffiti sia di per se la più gratuita possibile, sostanzialmente priva di ritorno economico (per chiunque) è un fatto evidente e senz'altro positivo. Talmente positivo che le ristrette menti del sindacalista bolognese e dei suoi non riescono a concepire niente di meglio che la messa al bando.
Per chiudere con un esempio di come, invece, si possa facilmente integrare la spinta espressiva dei 'graffitari' con la necessità di organizzare e creare loro degli spazi adeguati, cito un esperimento interessante (e per questo non più ripetuto) che una azienda di trasporti napoletana alcuni anni fa promosse: gli squallidi scenari di cemento delle stazioni dati in pasto ai writers, liberi di esprimersi alla luce del giorno e senza paura di essere cacciati o denunciati.
Dopo anni alcune delle opere sono ancora lì e sono decisamente attuali. E belle (non tutte).

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Adimant ha scritto:

Vedo che HCE mi ha preceduto. Non posso che condividere quanto dice e, come sempre più spesso accade, sconvolgermi per la 'svolta a destra' di Cristina, sempre più intollerante, sempre più vicina all'etica della Fallaci.
Intendiamoci, anch'io sono comtro l'imbrattare monumenti, ma qui si parla d'altro... Cristina, informati, esci di casa e guarda con un po' più di attenzione quanto ti succede attorno, non sparare giudizi su tutto e tutti senza andare a fondo. Penso che tu nei sia capace.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

"e dove lo metti il business delle bombolette?"
Bella questa. E' una battuta, vero?

"C'e' stato un ampio dibattito culturale su arte e pubblicità e tu non ti puoi permettere di liquidare la questione così su due righe"
Sandro, nell'articolo si dice che col graffitismo "l’arte diventa un fatto «gratuito»: esce dalle gallerie e dal mercato", insomma nessuno ci guadagna su. E' solo questo il punto che volevo focalizzare. Non dico che Dudovich non sia un artista, come potrei? Dico che è diverso quando un'opera è fine a se stessa e quando viene creata apposta (o utilizzata) per scopi commerciali. Mi rendo conto che la questione sia complessa, tutta l'arte ormai è business, ogni opera ha un prezzo, ma proprio per questo dare spazio ad una forma espressiva libera e non commerciabile, dare spazio alla gratuità insomma, mi pare una buona cosa. Non credo per questo che il graffitismo sia la soluzione a tutti i mali dell'arte, anzi mi pare che si stiano già facendo delle mostre di "street art" con opere vendute a cifre non da poco... Ma questo non fa che dimostrare che lo sforzo per contrastare l'idea che ogni cosa debba per forza avere un valore e perciò un prezzo, e che perciò si faccia una cosa esclusivamente per ottenerne un guadagno, è uno sforzo giusto. A volte si fa una cosa semplicemente per farla, per sè stessi o per comunicare agli altri, e basta.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Cristina ha scritto:

Adimant, ma quale intolleranza, quale svolta a destra? guarda che io il piddì non lo voto mica...anzi, se continuiamo con questo trend di insultare chiunque abbia una visione diversa delle cose, a votare non ci andrò proprio piu' per niente, l'ho precisato, ci sono paesi con aree attrezzate per questo tipo di libera espressione, so che addirittura si dipingono, come dice hce, le facciate dei palazzi, ma di quelli fatiscenti, non di quelli nei centri storici come si fa tranquillamente qui da noi, io sono favorevole che si prendano queste iniziative anche qui.

e piantala di paragonarmi alla fallaci, io non voglio mettere sul rogo nè lanciare bombe su nessuno.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
HCE ha scritto:

@adimant: bella l'iniziativa di napoli, era più o meno quello a cui stavo pensando.
magari hai anche un link?

@lorenzo - 1
le bombolette possono anche essere una battuta. ma forse anche no.
il business della ripulitura è sicuramente una delle motivazioni dietro la attuale crociata contro i graffiti.
gli altri sono la solita ricerca di un nemico da parte di amministratori che non sanno e non vogliono affrontare i problemi veri né gestire in modo costruttivo le spinte che arrivano dal basso.

@lorenzo - 2
bello e condivisibile il discorso sulla gratuità dell'arte. ma è troppo forte affermare che solo quella non commerciale è arte.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

"Il business è a valle della creazione artistica e non inficia la tua possibilità di godere della forma artistica che è nella pubblicità. Anzi, la pubblicità-arte finisce per essere, per l'utilizzatore, più economica dell'arte per eccellenza"

Adimant, a me questo ragionamento pare assurdo! E' ovvio che non ti facciano pagare per "godere" della forma d'arte-pubblicità...lo fanno per spingerti a comprare, che è il fine ultimo (unico?) della pubblicità.
Non nego con questo che certa pubblicità possa avere un valore artistico, ma percepisco una differenza nell'intento, nelle motivazioni...
L'artista dice: ecco la mia opera, se ti interessa comprala. L'artista utilizzato a fini commerciali dice: ecco la mia opera, che ti interessi o no, compra Coca-Cola (dico per dire).

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Adimant ha scritto:

HCE, purtroppo il link è stato rimosso da un po', ma se trovo qualcosa te lo posto.

Cristina, una affermazione del tipo "l'arte è un'altra cosa" trasuda intolleranza da utti i pori e mi ricorda da vicino la dichiarazione di superiorità del mondo occidentale rispetto ai paesi islamici che fece la fortuna (editoriale ed economica) della Fallaci nei suoi (fortunatamente) ultimi anni di vita. Da qui il pragone e l'invito ad uscire di casa e guardarti intorno.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

X HCE:
"il business della ripulitura è sicuramente una delle motivazioni dietro la attuale crociata contro i graffiti"
Devo ammettere che probabilmente hai ragione: come sempre dietro a tanti discorsi etici e culturali ci sono soltanto i soldi.

bello e condivisibile il discorso sulla gratuità dell'arte. ma è troppo forte affermare che solo quella non commerciale è arte
Chi sono io per stabilire cosa è e cosa non è arte? Difatti, non avevo questa intenzione: volevo soltanto dire che è diverso lo spirito, la motivazione che sta dietro all'opera - cosa che hai chiara anche tu, da quel che vedo. E' ovvio: se uno fa una cosa - qualunque cosa - senza aspettarsi un compenso, farà una cosa genuina, sincera (il valore oggettivo dell'opera poi è un altro discorso...magari è una cagata pazzesca!). Poi c'è anche il caso in cui si commercializza una cosa che era stata fatta per non essere venduta (penso alla celebre immagine del Che Guevara), ma insomma non si vendono facilmente un disegno su un muro o su un vagone di un treno.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Mauro ha scritto:

Anche gli artisti devono mangiare. Spesso il ruolo di pubblicitari e graffitari e' molto piu' ambiguo di quanto emerga questa discussione. Alcuni graffitari si fanno pagare per fare anche pubblicita'.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
AndreaM ha scritto:

Due cose:

1. che ci siano delle commistioni tra arte (vera) e business non solo mi sembra innegabile, ma mi sembra anche abbastanza normale. Pensiamo al cinema, per esempio.

Molta pubblicità è sicuramente banale e ripetitiva. Qualche pubblicità, però, ha innegabilmente dei contenuti artistici originali, anche se la sua unica ragione d'esistenza è economica.

2. Non so se i graffiti siano arte o meno. Spero che la cosa sia quantomeno discutibile, nel senso che non si debbano per forza avere opinioni preconcette in un verso o nell'altro.

Suppongo che, come per tante altre "espressioni artistiche", qualche graffito sia arte e qualcun altro non lo sia.

Ma quello che vorrei dire è altro. Vorrei dire che neanche l'arte, quella vera, dovrebbe essere imposta. Se questo muro è mio, ritengo di avere il diritto di decidere se tenermelo brutto com'è o decorarlo con un'opera d'arte (sulla quale, magari, potrei anche voler dire la mia.......)

Quindi, non credo che il discorso sia tanto se i graffiti siano arte o meno, quanto se l'andar giro a "depositare" opere d'arte non richieste sia un vandalismo o no.

La soluzione migliore mi sembra sempre quella di avere degli spazi dedicati a disposizione di chi crede così di esprimere la propria creatività.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Mauro ha scritto:

Quello che dice Andrea e', per quanto mi riguarda, totalmente condivisibile. E' giusto incentivare i giovani artisti e graffitari, ma non sulla proprieta' privata dei cittadini, i quali non potranno mai essere tutti d'accordo su cosa sia arte e cosa non lo sia, su cosa sia bello e cosa non lo sia.
Le esperienze di Napoli e Roma hanno dato buone sorprese. Pero' non abbastanza si e' fatto per ripulire certi scarabocchi dalla proprieta' privata dei cittadini, ne tantomeno si e' fatto abbastanza per punire i colpevoli.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
tex ha scritto:

Quanto si sta studiando a Bologna mi pare, ancora una volta, di buon senso e quindi accettabile. Perchè allora continuare ancora a "sparare" sulla giunta Kofferati?
...così si legge, e così si pensa in città, ma pare che, poichè continua ad essere "chic" parlarne male, si debba per forza continuare, a prescindere...ma perchè (a meno che non si tratti di trash-policy) ???

UE, SUPERVERNICI PER DIFENDERE I MONUMENTI

Muri e sottopassi per i graffiti artistici. I graffitari: "Copriremo la città coi faccioni cinesi". Il writer Tristan: "Dateci muri da colorare". I Quartieri hanno individuato le aree per dar spazio ai writers (di S.Bignami e E.Capelli, 31.08.07)

Due, a volte tre aree per ogni quartiere per dare spazio ai writers artistici. E controlli serrati sugli imbrattatori. Bastone e carota, questa la ricetta del Comune per vincere la battaglia contro i graffiti.

I nove quartieri hanno infatti già individuato le aree che potrebbero accogliere le «opere» dei writers(...) Tutta da verificare invece l´ipotesi di vietare l´acquisto di bombolette spray ai minori, che crea qualche mal di pancia sia nello staff del sindaco che tra qualche assessore: «Io non sarei d´accordo» ammette l'assessora Patullo. Mentre l´opposizione attacca: «Vietare le bombolette ai minorenni non sta giuridicamente in piedi. Come al solito Cofferati fa solo parole».

Intanto però qualcosa si muove dai quartieri. Incaricati nel mese scorso dal capo di gabinetto del sindaco Berardino Cocchianella di individuare delle aree da destinare ai writers artistici, quasi tutti i quartieri hanno già pronta la loro lista.(...)«Siamo i precursori della lotta ai graffiti - spiega il presidente del quartiere Reno Vincenzo Naldi - da tempo noi facciamo bandi per assegnare muri dimessi e pareti a questi artisti». Stesso discorso quello di Virginia Gieri, del quartiere Savena: «Palazzo D´Accursio potrebbe seguire la stessa strada. Fare gare a tema per l´assegnazione di spazi».

E mentre i quartieri profilano le zone «permesse», al super-piano anti graffiti lavorano il capo di gabinetto insieme a un pool di quattro assessori: Anna Patullo per l´ambiente e Paola Bottoni per il bilancio, con la consulenza di urbanistica e lavori pubblici. Linee guida del piano dovrebbero essere la ripulitura del centro storico, «con l´aiuto prima di tutto dei proprietari, e poi anche delle associazioni di categoria, che riceverebbero degli incentivi». E in secondo luogo le sanzioni. «Non credo si andrà verso un inasprimento delle multe - spiega la Bottoni - piuttosto verso una intensificazione dei controlli». E sul divieto delle bombolette ai minori? «Non sta in piedi giuridicamente» avvertono An e Forza Italia. «Piuttosto - conclude la Patullo - molti cittadini hanno scritto proponendo di fare una lista di tutti coloro che comprano questi spray».
(http://bologna.repubblica.it/dettaglio/Muri-e-sottopassi-per-i-graffiti-artistici/1359545)

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

AndreaM, lo so anch'io che è normale che arte e business vadano a braccetto: tutto è vendibile, anche la nostra vita, i nostri organi, tutto ha un prezzo. Anch'io compro dischi e libri e vado al cinema, ma quando sento parlare di opere autofinanziate o fanzine distribuite gratis, credo che abbiano un valore aggiunto rispetto al kolossal hollywoodiano o al Faletti da edicola. Sono tentativi di dire la propria liberamente, estraniandosi dal circuito commerciale. Purtroppo, siccome i soldi governano il mondo, spesso le fanzine diventano poi riviste, gli artisti di strada miliardari, e tutto si snatura e si rovina irrimediabilmente. D'accordo che "anche gli artisti devono mangiare" (l'uscita migliore di oggi, meravigliosa!), ma spesso per permetter loro di mangiare noi si deve digerire della roba immonda (se la proposta artistica perde in genuinità).
Quanto alla pubblicità, dici bene: potrà essere pure carina, ma la sua "unica ragione d'esistenza è economica", come è ovvio che sia.
Quanto al giudizio sui graffiti: vandalismo o no (l'illegalità fa parte del gioco...non l'avevate ancora capito?), pur di difendere la "proprieta' privata dei cittadini" qui si è pronti a compilare liste di proscrizione dei vandali che acquistano gli spray... Siamo davvero al ridicolo. Ma vi rendete conto o no che a difendere i criminali VERI e a puntare il dito sugli imbrattatori e i lavavetri sono le stesse persone???

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
alessandro ha scritto:

Riprendo quello che dice HCE: dovremmo distinguere tra i graffiti e le tags. Questa storia di "marcare il territorio" mi sembra così triste, qualcuno mi può spiegare che senso avrebbe? Non mi sembra che siamo in presenza di gangs malavitose stile L.A., di tribù primitive o di branchi di animali, ma di semplici pischelli che si sentono importanti imbrattando sia la proprietà privata di altri cittadini, sia i luoghi pubblici (che evidentemente loro considerano loro proprietà particolare, sennò non li marcherebbero). Senza contare che "marcare il territorio" non mi sembra indice di una grande apertura verso il diverso (se marco il territorio è perché lo considero mio e non voglio estranei). Non sarà uno dei maggiori problemi delle città italiane, ma di sicuro contribuisce al loro inquinamento visivo insieme ai cartelloni pubblicitari, alle insegne e/o vetrine cafone, alla squallida architettura di molte case ecc. Viva i graffiti e abbasso le tags.

il 04 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
lucio ha scritto:

I graffittari, come i pubblicitari, "fanno" arte: piaccia o no. Personalmente, se fossi un amministratore comunale, farei dipingere tuuuuutti i palazzi e le case recenti della città: ma totalmente! mica ad un massimo di due metri da terra! I tetti, no: quelli li rivestirei di pannelli fotovoltaici, ma quello è un altro problema...

il 05 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
nonsenzasenso ha scritto:

(...)Ma in questo modo, ministro Amato, c'è chi le obietterà che non esistono più differenze tra destra e sinistra. Lei cosa risponde?
"Rispondo che non è così. Essere di sinistra non vuol dire lasciare impunita l'illegalità. Per me essere di sinistra è organizzare una presenza civile in Italia a favore di chi non fa male a nessuno. Ed è trattare allo stesso modo gli italiani e gli immigrati, senza creare un diritto penale speciale per i poveracci o per gli extracomunitari. Ma l'illegalità no. L'illegalità non è e non sarà mai di sinistra".

http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/politica/piano-sicurezza/amato-intervista/amato-intervista.html

il 05 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

Qui ormai si inseguono ragazzini armati di spray, puttane e lavavetri, e si vota il Partito Unico della Libertà Forza Ds...
Ribatto alle cazzate di Amato:
"L’interesse principale [degli autori de “La personalità autoritaria”] è lo studio intensivo e la definizione di una nuova “specie antropologica”, il tipo autoritario di uomo, che fa confluire al suo interno le idee e capacità di una società altamente industrializzata e credenze irrazionali o anti-razionali.
Lo scopo ultimo è aprire una nuova ricerca che si propone di comprendere i fattori socio-psicologici che hanno consentito più volte alla personalità autoritaria di prendere il posto della personalità individualistica, autodeterminata e democratica prevalente negli ultimi 200 anni della nostra civiltà."
(da ANALISI DE “LA PERSONALITA’ AUTORITARIA”, vedi link sul mio nome)

il 06 Settembre 2007 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

Scopro or ora con stupore che, sull'onda della lotta all'illegalità, ai graffittari ed al vandalismo (senz'altro i mali peggiori della nostra epoca), a Milano è stato cancellato il murale dedicato dai ragazzi dei centri sociali a Dax, morto ammazzato da tre neofascisti armati di coltelli nella notte fra il 16 e il 17 marzo 2003. "I lavori non si sono fermati di fronte ai sentimentalismi di chi vedeva in quel murales un simbolo dell'antifascismo militante", ed anzi a destra, dopo la pulizia, si sta già facendo del revisionismo: Carlo Fidanza di An minimizza: "Dax non è morto per un atto di violenza politica, ma per una banale lite da bar". Grazie tante. Già all'epoca si era tentato di ridurre il fatto ad una semplice "rissa tra balordi", cercando di far dimenticare altri fatti a dir poco inquietanti come il ritardo nei soccorsi, resi difficoltosi dalle stesse pattuglie di polizia e carabinieri, e gli scontri violenti al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo, con gli amici dei feriti (assieme a personale di assistenza medica e pazienti dell’ospedale) brutalmente picchiati dalle forze dell’ordine. La storia finì sui giornali, ma oggi è stato deciso che deve essere dimenticata.
"Il gesto del comune rappresenta l'ennesimo colpo basso alla memoria storica della città, "l'ennesimo gesto revisionista che mira a cancellare i conflitti sociali con la bacchetta magica" tuonano i rappresentanti dei centri sociali. Del gesto del comune gioiscono i simpatizzanti di estrema destra, che già avevano sfregiato il murale nel 2006."
Ma i cittadini in maggioranza gioiscono per il "rinnovato decoro" (ma a che serviva quel muraglione, scusate? Aveva forse un qualche valore?), e solo in pochi tentano di comprendere, di andare al di là delle parole d'ordine legalità/ordine/pulizia. Dice un messaggio sul forum della Rete Civica di Milano: "I colpevoli sono stati puniti, altri colpevoli non ce ne sono più", perchè dunque continuare ad odiare (il riferimento è allo slogan dei centri sociali "Dax odia ancora")? Semplice: innanzitutto perchè ad essere punito è stato solamente uno dei tre assalitori; ma soprattutto, perchè quelli che stanno in galera sono i semplici esecutori materiali di un odio che viene aizzato e gestito da ben più in alto, come è stato dimostrato a Genova: a ciascuno il suo ruolo, i carabinieri in strada, Fini in cabina di regia.
Oggi il decoro ha vinto sulla memoria storica, e a sinistra s'è perduta un'altra battaglia culturale.

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